quello che sento

Sono la “Ragazza dell’Ultimo Minuto”…

Ho sempre odiato parlare, anzi scrivere, d’Amore, mi è sempre sembrato un modo facile di piacere alle persone, come scrivere di pornografia, forse perché non mi è mai interessato piacere per qualcosa che non sento- e non mi riferisco al secondo argomento-.

Questa sera farò un piccolo strappo alla regola. Il focolaio di polmonite che mi ha costretta a casa per quasi 20 giorni, l’aver recuperato circa due serie di Grey’s Anatomy- compresa quella in cui Jackson e April si sposano… eh… lo so, non ci posso far nulla, cade anche la mia ultima resistenza di snobismo e piango come una ragazzina-, l’aver iniziato a sentire le canzoni di Natale sono tutte cose che mi rammolliscono.

greys-anatomy-10x12-matrimonio-april-jackson                    Super spoiler della puntata per chi lo sta seguendo in chiaro

Mi ci vorrebbe un ibrido fra il Sergente Hartman di “Full Metal Jacket” e il Sergente Foley di “Ufficiale e Gentiluomo” per riprendermi, ma non credo che sarebbero comunque sufficienti a farmi tornare la solita fredda serial killer laureata in cinismo. Ho visto anche ” Orgoglio e pregiudizio” e rivisto “Il lato positivo”- unico film d’amore in cui la protagonista è talmente pazza, da potercisi veramente immedesimare… la frega solo il fatto che sia anche una strafiga e questo rende molto più difficile che avvenga un transfert.-

64a43ae1a3b31d30251648614348ab54_Generic              “Il lato positivo”, Jenny, pure se cade dalle scale in continuazione, è una strafiga

L’odierna ostentazione, sia verbale che fisica, dell’Amore, accompagnata anche da frasi improbabili, dette ad età improbabili, da delusioni spropositate riferite a storie inesistenti o quasi, amplificata dalla condivisione in rete, mi ha disgustato, la trovo quasi oscena, altro che la pornografia.

Ragazzini biondi che diventano guru scrivendo post-it  di una banalità sconcertante, che parlano di amore eterno- e fin qui sarebbe anche proprio della loro età-, in continuazione, adulti che si innamorano con la stessa frequenza con cui cambio la biancheria, coppie che cadono al primo soffio di vento, come frutti troppo maturi, beh… Questo ensemble ha reso, per me, l’argomento nauseabondo.

post-it-ironico-su-francesco-sole                                  Dal web

Non lo prendete per cinismo o per i primi segni del morbo della futura zitella- plausibili spiegazioni, per carità-, ma non è nulla di tutto ciò. Anzi, forse è proprio un eccessivo rispetto per i sentimenti e per la loro sostanza a farmi ragionare in questi termini.

Ormai c’è una “nevrosi sentimentale”, una sorta di isteria, dettata più spesso dalla necessità di riempire un vuoto che di scegliere di camminare su di una stessa strada.  In salita e carichi di bagagli.

Il trend è “far l’amore per avercelo garantito”, con il risultato che diventiamo tutti piuttosto fungibili, perché basta arrivi qualcun altro, magari con una valigia carica di novità, per far saltare quanto si è costruito. Ancor peggio quando nulla può saltare, spesso per motivi contingenti, frequentemente di natura economica, per cui il coperchio rimane sulla pentola, ma subentra una condensa consenziente dei sentimenti. Capiamoci: ognuno sceglie cosa lo rende felice e ogni equilibrio è un precario compromesso di natura soggettiva, quindi c’è chi è contento così… io no.

Non mi ritrovo in questa ottica del tenere qualcosa, piuttosto che niente; non mi spaventa l’essere sola, se lo stare in compagnia comporta dimenticare una parte di me; per me la fedeltà è ancora un requisito base, non un’utopia. Sacrificare i miei desideri carnali- e vi giuro che non hanno niente da invidiare a quelli di un uomo-, per un impegno preso, non mi sembra una favola, mi sembra una delle modalità per costruire qualcosa. Non una famiglia, non un ideale, ma una cosa ben più profonda e reale: l’intimità. L’intimità credo sia il vero dono che possiamo fare alla persona che amiamo. La verginità ormai l’abbiamo persa tutti- e quelli che dicono di conservarla fino al matrimonio, beh, sono consumatori poco diligenti: non si compra mai a scatola chiusa… – quello che ci rimane, che può essere un dono per l’altro è creare un rapporto di intimità- e non intendo fisica, uno scivolone, mai confessato e mai scoperto,in tanti anni, è contemplato-, ma affettiva, esclusiva.
Dovrebbe essere bello sapere che, nel mondo, c’è una persona che ci conosce meglio degli altri ed è quella che cammina e mangia, respira, dorme e ride al nostro fianco.
Questo tipo di rapporto contempla dei rischi di perdita altissimi, perché investire, sotto un certo aspetto, su di un’unica persona, anziché su di una moltitudine, può essere rischioso- “differenziare gli investimenti”è una delle prime regole dell’economia-, senza contare che, con i social, creare una silenziosa e rassicurante moltitudine, una “panchina lunga”, è molto più facile di prima, ma… ma forse vale la pena.
toscani-relish_animals-620x400                                                    Oliviero Toscani per “Relish”

Sono sempre stata la “ragazza dell’ultimo minuto”, malgrado il mio cinismo 100% cachemire, quella che spera sempre in un rovesciamento inaspettato delle situazioni, nella porta che si riapre, nel litigio che si ricompone- e non per merito mio… discutere con me ha il coefficiente di un tuffo carpiato con doppio avvitamento- e, probabilmente, sarò per sempre così.

I compromessi credo si debbano fare sui calzini sporchi fuori dalla cesta dei panni da lavare, sulle tavolette non alzate o non abbassate, sulle modalità di spremitura del tubetto del dentifricio, non sul ciò che meritiamo e sull’impegno che vogliamo metterci.

Il mio amico Emme, quando ne parliamo, dice che, da questo punto di vista, vivo ne “Il fantastico mondo di C”, ma sono abbastanza fiera di questa visione anacronistica e magari vagamente allucinatoria. La storia della metà della mela è carinissima, ha fatto la fortuna della Val di Non, ma è una stronzata.

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Non c’è una metà della mela per tutti, o meglio, magari c’è, ma le percentuali di incontrarla sono infinitesimali, quindi probabilmente non mi imbatterò mai in qualcuno che vede le cose come me, che sia pronto a fare e a ricevere un dono così impegnativo- ok, se compensa le lacune in brillanti, posso chiudere un occhio sul resto… ovviamente, mai sotto il carato, sennò non è amore-, ma preferisco questo alla narcosi.

(Ah, così, come promemoria per tutti: il sesso occasionale non è amore. Non importa quante volte lo pratichiate, non basta la coazione a ripetere a trasformare una tagliatella in una lasagna,- funziona solo nei film-quindi poi, siamo tutti adulti e consenzienti, non rompete le palle  lamentandovi con altri adulti consenzienti. )

Colonna sonora consigliata – stavolta niente citazione… questa cover mi fa piangere-:
Bootstraps”I wanna dance with somebody”

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quello che sento

Le Conseguenze della Tosse.

Ho la tosse. Per l’esattezza, sono in malattia da martedì, ma martedì non posso contarlo, perché, ovviamente – e dico così, visto che è un’ azione che reitero dai tempi della scuola-, mi sono ammalata nel mio giorno libero e, per non far passare “neanche un minuto di non malore”- parafrasando Battisti-, ho iniziato il lunedì notte a star male.

Tutto è partito con una tosse fortissima, tanto da farmi sentire una moderna Violetta in preda alla tisi, peccato che riuscissi a malapena a parlare, altro che intonare “Amami Alfredo”, senza contare che, molto più pragmaticamente, avrei detto “Curami, idiota!”- quando hai poco fiato, non lo sprechi per dire cazzate, tipo parlare d’ Amore- è proseguito con tosse, tosse, tosse, febbre, tosse, tosse, sinusite, tosse… e mi ha indotto, contro ogni previsione, a prendere anche mercoledì pomeriggio ed oggi di malattia, oltreché a riflettere su quanto sia importante avere una mamma nei dintorni.

(In sostituzione di mamma, è arrivato a sorpresa, mercoledì mattina, il mio amico Sissi con un super sciroppo, ordinato via whatsapp, il cui affetto ho ricambiato tossendogli in faccia per circa due ore.)

medicine

A questo punto si poneva il problema certificato.

Ora, c’è un mondo di gente organizzata, per cui, al cambio di città, corrisponde un cambio di residenza o domicilio, un cambio del medico di base, un cambio in generale, e poi… ci sono io.

Una Mary Poppins con la paura di radicarsi, un’età in cui dovrebbe pensare a farlo, e un lavoro che la catalizza completamente ( per fortuna, ci sono persone che pensano al futuro e mi stanno nascendo dei nipoti… uno è nato ieri: ciao Lorenzo! Ciao “a zia”!- come si suole dire dalle mie parti-).

Un’ eroina che, da brava figlia di medico e farmacista, ovviamente, non si è quasi mai sottoposta ad una visita dal medico di base- sporadicamente, dopo la morte di papà-; non ha quasi mai comprato medicine- anzi, ogni volta che ora è costretta a farlo, le viene quasi da piangere a spendere i soldi così… non che mamma non le paghi,  non è sua la farmacia, ma almeno le paga lei e fa anche delivery service- e vive all’insegna del ” tanto non mi ammalo!”.

Ora, l’ottimismo volerà pure, ma vola basso e si schianta con la dura legge dei “primi freddi” ed ecco che mi sono ammalata.

Se da piccola, quando dovevo andare a scuola e non volevo andarci, avevo anticorpi grandi come Terranova, che resistevano anche al “metodo Narcos” elaborato dalla mia amica Esse per farsi venire la febbre e consistente nel saltare sul letto, masticando tabacco- le foglie di coca non le vendevano nel nostro quartiere-, ora credo che le loro proporzioni siano, in termini cinofili, quelle di un chiwawa, per di più toy. Peccato che a lavoro io debba andarci, non è come la scuola. Se non vai, si accumula. E, purtroppo, non posso farlo da casa.

Rassegnatami dopo vari escamotage psicologici, tipo dichiarare una mezza giornata di malattia alla volta, sperando, nell’altra metà, in una miracolosa guarigione, all’ineluttabilità dell’influenza, ho avuto una seconda delusione.

Il mio medico di base, l’uomo che ha giurato per Ippocrate di curarmi, di proteggermi dalle mie paure e dalle ipocondrie, si è rifiutato di farmi un certificato, visto che sono a Firenze e non a Roma, e lui non ha il raggio laser per visitarmi a distanza.

La delusione di non essere immortale già mi aveva destabilizzato, quella che il mio medico di famiglia non sia un super eroe mi ha gettato nello sconforto più profondo.

La soluzione è stata trovare un altro medico, in loco. Per fortuna, una collega, di quelle previdenti, aveva già fatto il cambio e aveva un nominativo da darmi.

Sono arrivata in questo studio, pieno di signori ultrasettantenni che si conoscevano tutti, tanto che, se ci fosse stata musica, sarebbe potuto tranquillamente passare per un centro anziani, in formissima, e ho iniziato a tossire, come se farlo fosse la funzione fisiologica dei miei polmoni, l’evoluzione 2.0 del respirare.

vecchiette

Credo di averne sterminati una buona cinquina, ma dovremo aspettare la prossima settimana per scoprirlo. Sono una specie di inconsapevole arma biologica lanciata contro la terza età.

Finalmente arriva il mio turno, tutta carina espongo alla meravigliosa dottoressa Elle, stesso nome della mia maestra preferita di “Saranno Famosi”, quella, per capirci, che parlava di sudore e sacrifici, e al suo tirocinante, le mie problematiche.

Mi auscultano. Io respiro, tossisco, respiro profondamente, mi sdraio, se trovano una soluzione al problema, sono anche disposta a scodinzolare e rotolare. E senza biscottino. Li ascolto che parlano: ” Lì c’è qualcosa, lì no…” Nella mia testolina, sebbene abbia letto più Manuale Merck che Topolino, da piccola, si formula la parola con le nuvolette “catarro”. Poi, mi risveglio da tutte queste espirazioni e sento:” sarebbe necessario farle fare una lastra, ma visto che è circoscritto ad un solo polmone, iniziamo subito la terapia e, poi, fra una settimana, se auscultandola, persiste, gliela facciamo fare” Mi giro, come nella pubblicità di Lou Lou, il profumo anni ’80 che adoravo, con la mia miglior espressione “C’est moi”, capisco che si parla di me e dico, ingenua come Geordie, quando si ammala e Arthur la scalda con il calore del suo corpo, scena che ha confuso generazioni  di bambini, cresciuti pensando che la febbre passasse trombandosi il fratello:” Ma non è catarro?”
E lei:” No, è un focolaio di polmonite, limitato solo ad un polmone”.

Nella mia mente, la polmonite è sempre stata una cosa grave. Tipo il colera, tipo orecchioni e varicella, tipo: “Signora, aspetta un figlio”. E io:” Ma quindi a lavoro…? Non torno domani…?” E la dottoressa, seraficamente:” Scordatelo”.

Dopo questa notizia sconvolgente, ovviamente, ho chiamato tutti i parenti entro il terzo grado- e ho anche dovuto convincerli a non venire a Firenze ad infettarsi-, ho fatto scorte di cibo per l’intera settimana, mi sono informata su come usufruire del servizio di spesa online e saccheggiato la farmacia.
Poi mi sono richiusa in casa. A questo punto, si è posto il problema citofono.
Nei circa sette mesi in cui abito qui, non ho mai capito quale fosse il mio citofono. Il nome del locatario, è durato un mese, poi qualcuno lo ha staccato e ho rimosso completamente dove fosse.

I miei amici, visto che abito al primo piano, o telefonano, o urlano. L’effetto è simile: se telefonano, li senti comunque come se urlassero, solo spendono soldi. Gli unici che mi citofonano con costanza sono venditori ambulanti, testimoni di Geova, operatori di aziende varie. Il problema, quindi, è stato trovare il tasto sul citofono per rispondere all’eventuale visita fiscale.

Soluzioni pensate: chiamo qualche amico, bocciata: sono tutti a lavoro; chiedo al proprietario: non se lo ricorda manco lui; uso la tecnologia: metto il cellulare sotto il citofono, scendo, suono ai papabili, nel frattempo, lui registra e io capisco.
Fortunatamente, è bastato farlo due volte, non sarei sopravvissuta alla terza. Già fare la doccia, attraversare Firenze in taxi, farsi visitare, fare la spesa e andare in farmacia erano state missioni kamikaze, la storia del citofono mi stava mandando direttamente game over.

Conclusasi “l’operazione citofono” mi sono rassegnata alla prigionia: mi sono messa un pigiama adatto a ricevere, ho cambiato le lenzuola e sistemato i cuscini, ho chiamato mamma sollecitandola ad informarsi sulla mia soglia di infettività, per non rendere inutile sfoggiare un pigiama sì tanto kitsch, ho ricaricato la pennetta per internet e sono crollata in un sonno pieno di sogni strani- con tutte le medicine a base di derivati dell’oppio che ho preso…-.

maglia

Ora posso iniziare la quarantena.
“Se non riesci ad uscire dal tunnel, arredalo” Jeppi Cucciari

( Per capirci, ho comprato anche i Kleenex come nei film… altro che arredare!)

casa

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