quello che mangio

Due parole, vi prego, sul food porn

Ai miei amici, A, A e B,
che non sono lati di un triangolo equilatero, ma tre cuochi, pieni di cuore e passione, che stanno per confrontarsi con nuove esperienze culinarie… Fingers crossed for u!

Non scrivo di cibo da tempo, perché, negli ultimi anni, preferisco godermelo e lavorarci, ma questa volta farò un’eccezione, con cui, probabilmente, mi alienerò le simpatie della maggior parte dei miei amici.
Il 2013 ha segnato la diffusione globale del termine selfie– ormai credo lo sappiano anche le pietre, visto che i giornalisti amano i servizi di costume, più della cronaca-, ma non è stata l’unica parola ad averci sommerso e travolto, spesso inopportunamente: un ruolo fondamentale lo ha giocato, nell’ambiente enogastronomico, l’espressione food porn.
Per quelli che mangiano solo per saziarsi, illustro rapidamente il significato di food porn: in origine, con il termine in questione, si usava designare un modo di presentare e ritrarre il cibo, tale da renderlo particolarmente accattivante, con finalità soprattutto legate al marketing. Ora come ora, in linea di massima, il termine è usato troppo spesso a sproposito, per piatti che di erotico non hanno nulla o, all’opposto, per porre il cibo quasi  sullo stesso piano di un’esperienza sessuale.

nove-settimane-e-mezzo-6               Kim Basinger in “Nove settimane e mezzo”, 1986

Non credo sia necessario essere utenti premium di youporn per poter affermare, senza tema di smentita, che la pornografia riproduca situazioni piuttosto artefatte, in cui viene consumato del sesso perfetto da uomini dalle misure eccezionali e da donne simili a Barbie e che non hanno mai conosciuto un mal di testa. ( Spin off: consiglio a tutti la visione di Don Jon.)

Don-Jon-Il-Porno                               Una scena del film “Don Jon”

Partendo da questo presupposto, sui cui tutti, bene o male, dovremmo essere d’accordo, mi spiegate cosa c’è di porno in un piatto di pasta al sugo, in un piatto di cacio e pepe o in un biscotto di frolla?
No, perchè, se un piatto di spaghetti al pomodoro è porno, mia madre è la Cicciolina del San Marzano!
0                     Pubblicità vintage ( e leggermente sessista)

Al termine food porn, personalmente,  associo immagini in cui  il “sugo” del  foie gras venga leccato via, voluttuosamente, mentre scivola lungo le dita;  in cui cospargersi di burro di Isigny o fare il bagno nello Champagne: set fotografici, insomma, non cibo vero… e, soprattutto,  non uno spaghetto cacio e pepe, nè un fottutissimo hamburger!
Marie Antoinette                         “Marie Antoniette” di Sofia Coppola, 2006

Ok, forse sono io che sono troppo hardcore, anzi no. Sono molto più semplice, molto più istintiva.

Sogno un mondo in cui il cibo torni ad essere soprattutto sensazione, più che spettacolarizzazione.

Cuore, piuttosto che forma.
Certo, la forma ha la sua importanza, perchè la vista è comunque un senso che deve essere stimolato ed amo nutrirmi di un bel piatto e, molte volte, fotografarlo, ma, come dicevo, tendere ad un mondo plastificato ed irreale, come quello della pornografia, ci priva della sensualità.
La sensualità è, secondo la definizione presente sulla Treccani,
“(… )
1. ant. Facoltà, capacità sensoriale; sensibilità.
2. Il sentire fortemente, e spesso in modo predominante, gli impulsi e i desideri sessuali; più genericam. compiacimento nei piaceri sensibili, sia in quelli della sfera erotica sia in tutti gli altri offerti dalla sensibilità, dalla più semplice alla più raffinata (anche di carattere estetico)…”, quindi l’opposto della pornografia.

orologio3Piatto di ostriche, foto scattata da me, niente food porn, ma tanto sapore

La sensualità è anche nello spaghetto al sugo, nel pomodoro maturato sotto il sole, nel pungente odore che gli da la terra, quando viene colto; è nel guanciale che sfrigola nella padella; nel vigore dell’olio nuovo; nella fragilità della frolla ricca di burro. La sensualità è un contatto più semplice e sanguigno e il cibo è un qualcosa di immediato, di istintivo, di primordiale.

dolcegabbanaprofumo                      Giuseppe Tornatore per “Dolce e Gabbana”, 1995

Nel cibo, c’è più bisogno di sapori, meno di immagini e parole. Le immagini non dovrebbero sopraffare il gusto.
Quando l’importanza del contenitore, dello strumento, supera il contenuto, la percezione, bisogna fermarsi e ripensare alla natura primigenia del cibo: ripensarlo come nutrimento, come qualcosa di bellissimo, emozionante, ma soprattutto, necessario.

Fossi in voi,  prima di scattare una foto e inserire, nella didascalia, l’hashtag “food porn”, ci penserei: volete che la vostra foto sia associata a qualcosa di finto e patinato o a qualcosa di carnale e ancestrale?

Hashtaggate con prudenza.

“E le masturbazioni cerebrali
le lascio a chi è maturo al punto giusto
le mie canzoni voglio raccontarle
a chi sa masturbarsi per il gusto”          

Pierangelo Bertoli, “A muso duro”

 

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quello che penso

Il piacere di fare una cosa alla volta

Questo post doveva uscire giorni e giorni fa, ma ero “impegnata a vivere” e non sono riuscita a trovare il tempo per fermarmi e scrivere. Nel mentre, per fortuna,  ho continuato a pensare.
Uso l’espressione”impegnata a vivere”, perchè, negli ultimi anni, è invalso lo strano fenomeno per cui si vive più nella proiezione virtuale, che vita non è, che in quella reale. Ecco, io stavo facendo cose estremamente fisiche e materiali- per i più maliziosi, non stavo dandomi alla pazza gioia, stavo lavorando.-
Svolgere un lavoro manuale, come il mio, soprattutto quando condotto in parziale solitudine, ti lascia il tempo di riflettere.
Lavori e pensi, non solo a ciò che stai facendo nella contingenza, nel mio caso, qualcosa di dolce o di lievitato, ma alle cose che ti accadono quotidianamente, perchè la mente, libera dall’incombenza di fissarsi su qualcosa di preciso, come invece accade nel lavoro d’ufficio, può spaziare.
douglas friedman                                                                                                                                               Dita Von Teese fotografata da Douglas Friedman

Nel vuoto cosmico del mio cervello- giuro, prima o poi andrò all’Ikea a comprare due Billy-, da qualche tempo, è invalsa una controtendenza: mentre il mondo lì fuori si adopera e tende in maniera irrefrenabile verso un’ottica multitasking, io, che precorro le epoche sin da bambina, ho deciso di tirarmene fuori.
Da bambina, come ho già scritto da qualche parte, vivevo per disegnare. Giocavo e disegnavo. Studiavo e disegnavo. Guardavo la tv e disegnavo. E mio padre, di contro, viveva per sgridarmi- oltre che per altre mille cose, più importanti, come volermi bene, salvare vite, crescermi in un ambiente sano-. ” Fai una cosa alla volta!” ” Ora stai guardando la tv, dopo disegni” ” Concentrati!”
All’epoca dei fatti, non apprezzavo molto questi rimbrotti, un po’ dovuti all’ancestrale differenza tra uomini e donne, di cui, ero una mini rappresentante in versione beta, un po’ ispirati dalla saggezza di un adulto, che amava ripetere:” la pazienza è la virtù dei forti”, sebbene fosse un impulsivo. Ora che sono adulta anche io, essere multitasking sembra sia diventata una necessità, anzi, una dittatura alla quale è difficile sfuggire. Guardiamo un film, mentre  conversiamo, via chat,  con tre persone. Siamo con gli amici e contattiamo altri telefonicamente- anche se questa è una cosa che non amo fare-. Telefoniamo e, nel mentre, rispondiamo alle mail.
Passeggiamo con il cane e guardiamo il cellulare, sia mai ci sfugga qualcosa.

marilyn-monroe,-telefono-170792                                                                                                                                                                                             Marilyn Monroe

Risultato: facciamo tutto un po’ a metà e non ci godiamo lo scorrere del tempo. Per non parlare della solitudine, ma questa è un’altra storia, che approfondiremo…
Ho deciso di rompere questo circolo vizioso. Non sarò più multitasking. Quando passeggerò con il mio cane o guarderò un film, la mia attenzione sarà rivolta solo a quello, come pure se leggerò un libro o se farò una telefonata.
vintage-swimsuits-28                                                                                                                                              Vogue Magazine July Issue 1954

Voglio poter fare una cosa alla volta, goderla fino in fondo, non averne un ricordo confuso perchè, nel mentre, ne stavo facendo altre tre. Non sarò impaziente, al massimo, mi annoierò. Applicherò la frase di una canzone di Finardi, “l’amore è fatto di gioia, ma anche di noia” alla vita e anche ai sentimenti. La necessità di avere sempre dei contatti con le persone non è naturale e, peraltro, caratterialmente, non mi appartiene. Perciò, benvenga il vuoto, benvengano i silenzi, benvengano i telefoni staccati e le zone senza copertura!
marettimo

Senza essere totalmente lontani dalla realtà- non ho mai visto di buon occhio gli estremismi-, riappropriarsi del giusto tempo per fare le cose, del piacere di farle una alla volta, credo sia benefico.
E quindi, ora, vado a vedere un film…

“Il tempo è ciò che impedisce alle cose di accadere tutte in una volta.”

Ray Cummings



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