quello che penso

La questione del diario segreto, fra contemplazione estetica, estatica e oblio

Da bambina, amavo tutto ciò che era segreto.
Mi rifugiavo negli angoli più angusti, mi piacevano i mobili antichi con i doppifondi e i cassetti nascosti, gli anelli che si aprivano- anche di plastica, all’epoca ero già pretenziosa, ma l’immaginazione poteva più della realtà-pensavo, addirittura, di costruire una casa con dei passaggi celati nelle pareti. Quest’ultima idea la conservo ancora, o meglio l’ho elaborata fino a pensare a delle “porte non porte”; quando andrò a vivere da sola, proverò a realizzarle.

porta1
Ripensandoci ora, credo mi attraesse il senso di mistero, la possibilità che ci fosse qualcosa che non si vedesse e che fosse un’informazione destinata a pochi.
Per gli stessi motivi, amavo i diari segreti. Nell’ infanzia di ogni bambina, precedente all’avvento di internet, c’è un diario segreto.

Nella maggior parte dei casi, il diario veniva regalato: credo di averne ricevuti almeno quattro o cinque, dai sei ai tredici anni. Ovviamente, i meccanismi di sicurezza che avrebbero dovuto rendere inaccessibili le mie vicissitudini di seienne erano, anche agli occhi di una seienne, totalmente inadeguati. Per questo motivo e per una cospicua dose di incostanza, che mi caratterizza da sempre, scrivevo le prime pagine, magari corredandole con un disegno, visto che disegnare, per la me dell’epoca, era necessario come respirare, e poi mettevo tutto in un cassetto e me ne dimenticavo.  In realtà, i miei genitori sono stati  inflessibili nell’inculcarci un solido rispetto dell’altrui riservatezza, quindi ero certa che non sarebbero andati a leggere le mie avventure- anche perchè sarebbe stata una lettura interessante, quanto quella delle istruzioni di un telecomando redatte in russo-ma non trovavo intelligente mettere un lucchetto ad un quaderno, quando sarebbe bastato mettere un dito a far leva sotto la copertina per sbirciare.

Nutrivo un’adorazione estetica- ed estatica- per  il lucchetto, ma avevo una vera e propria idiosincrasia per il concetto di diario.

lucchetto

Non amavo raccontare me stessa- e direi che sono cambiata parecchio, sotto questo punto di vista-, soprattutto, non ritenevo che ci fosse qualcosa di interessante nel riferire gli accadimenti giornalieri. Lo trovavo puerile, anche a sei anni.
Con il web e i social network- che modo di dire banale-, non ci vuole un sociologo per  capirlo, qualcosa è cambiato, macroscopicamente, all’esterno e, microscopicamente, dentro di me. Senza approfondire eccessivamente, questa è l’epoca delle piccole cose elevate a eventi di magnitudo spropositata, “Every Teardrop Is A Waterfall”, ispirandoci al titolo di una canzone dei Coldplay: ciascuno di noi parla di fatti per lo più di dubbia importanza e cerca, con risultati altalenanti, di renderli accattivanti con una foto o  una didascalia. Può essere interessante dare un valore alle vicende di tutti i giorni, ai momenti che scorrono. Ci rende più attenti alle cose che accadono intorno a noi, maggiormente partecipi della nostra vita e accresce la voglia di condividere. D’altra parte, alle volte, c’è un’esaltazione estatica di avvenimenti irrilevanti, corroborata da un’alterazione del senso di ciò che è vero, di “ciò che è adesso”.

Come se per viverlo,  un accadimento dovesse essere documentato, perdendo di vista, in questo modo,  la sensazione, l’immanenza, il presente. L’esserci, anche senza testimonianza alcuna, se non il ricordo.
La stessa percezione che ho, alle volte, scattando una fotografia. So che, in questo modo avrò un ricordo più duraturo, forse, ma dovrei avere mille macchinette- e altrettante mani e occhi-, per fotografare tutto ciò che vorrei rimanesse per sempre.

Forse il trucco è saper lasciare andare qualcosa, contemplare anche la possibilità che qualcosa sia dimenticato, non testimoniato, obliato …

Mentre cerco di capire cosa sia meglio, se il ricordo, l’oblio o la testimonianza, e so già che rimarrò in un limbo di fluidità, senza trovare una soluzione; concluse, senza traumi,  le stagioni dei diari segreti e delle smemorande, mi consolo con le moleskine, ormai da una decina di anni, in cui scrivo, per lo più, le cose che vorrei fare, non quelle che mi accadono.

 “Occorre dimenticare per rimanere presenti, dimenticare per non morire, dimenticare per restare fedeli.”

Milan Kundera

moleskine

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quello che sento

Ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti.

Non sono certamente la Vivien Leigh di “Un tram che si chiama Desiderio”– e, vista la fine che fa nel film, oserei dire, per fortuna-, ma “ho sempre confidato nella gentilezza degli sconosciuti”.

Ogni volta che una persona estranea si comporta in maniera cortese con me, senza la prospettiva di ottenere alcun rendiconto,  mi sento come se mi avessero fatto una sorpresa. E  adoro le sorprese. Questa reazione non è generata, solitamente, da gesti eclatanti, anzi: il ragazzo in motorino, che osservandomi mentre guido e addento una brioche, mi augura il buongiorno; il padrone di un pastore del Caucaso di otto mesi,Thor, che non vuole salire in macchina, che mi lascia il guinzaglio del suo cane per far provare me; la bambina di pochi anni che, al ristorante, mi offre il suo panino, a cui ha già dato un morso, e il suo pupazzo… questi sono esempi delle inezie che mi rendono felice.  O meglio, mi danno l’idea che, in fondo, ci sia un denominatore comune, anche se, più spesso, è difficile trovarlo, e accrescono il mio stupore per il mondo, per quello che la Vita può riservarmi.

-Certamente, anche un brillante, un abito da sera o delle bellissime, quanto inutili, scarpe possono farlo, ma questa è un’altra storia… e, soprattutto, inizia da un carato in su.-

La notte dell’ultimo dell’anno, ho avuto due regali  stupefacenti nella loro purezza: una rosa e una storia.

Dopo aver terminato il turno di lavoro- per uno strano caso del destino,  ho lavorato sia l’ultimo dell’anno che il primo-, con i colleghi, siamo andati in un bar a brindare. E fin qui, direi, non ci sono grandi motivi di stupore: è capodanno, siamo gggiovani e alcoolicamente abili e arruolati, un brindisi- magari fosse stato uno- era l’esito scontato della serata.

Fra una birra e un bicchiere di Champagne- scelte etiliche molto discutibili-, un collega di sala, mai visto prima, ha iniziato a raccontarmi del suo ultimo anno, delle belle novità intervenute nella sua Vita da pochi mesi, della sua storia d’Amore, del suo Futuro… C. mi ha donato, con molta semplicità, le sue emozioni, la sua confidenza e, mentre lo faceva, ha regalato a me e a una delle mie colleghe, nonchè una delle mie più care amiche, una rosa. Lo ha fatto in maniera discreta, approfittando di un nostro momento di distrazione, e motivandolo con un :” Mi manca molto la mia ragazza e, regalandovi questa rosa, sento meno nostalgia”.

Iniziare il nuovo anno con queste garbate, quanto disinteressate, attenzioni è stato incantevole.

“Homo sum, humani nihil a me alienum puto.” Publio Terenzio Afro

rosa collage

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