Voli imprevedibili

Scheherazade

Ferdinand_Keller_-_Scheherazade_und_Sultan_Schariar_(1880)

Ferdinand Keller, Scheherazade e il Sultano Schariar, 1880

Mi chiamo Scheherazade.

Ogni notte, racconto una favola fino alle prime luci dell’alba per allontanare la morte.

La mia voce, come il violino e l’arpa della sinfonia di Rimskij-Korsakov, entra nelle alcove a distrarre esistenze assuefatte all’incuranza. A creare un’illusione di calore. A plasmare una carnalità distante, una sensualità inconsistente, che arde per un istante per dissolversi al sorgere del sole.

Ogni notte una storia diversa, ogni notte un diverso sultano, portato qui dal caso.

Le mie fiabe hanno la spigolosa sottigliezza del violino, la cristallina delicatezza del clarinetto, la morbidezza dell’arpa, il suono panciuto del fagotto, fino all’intensità dell’onda travolgente degli archi e dei fiati, alla profondità confortante delle percussioni.

Cerco di riprodurre con le mie parole il rapimento della sinfonia da cui ho preso il mio nome, quell’estasi, quel crescendo che mi infiamma a ogni ascolto.

Provo a regalare quella magia che, da bambina, questa musica misteriosa ed esotica mi dava, risuonando per le stanze ombrose della casa dei miei nonni, seguendomi nei miei nascondigli preferiti, raggiungendomi negli angoli più remoti, rapendomi e portandomi con sè.

Molti degli uomini che intrattengo con le mie parole hanno un animo funestato dalla rabbia, dall’ira vendicativa, che tento di confondere e smussare con la potenza dei miei racconti.

E mi illudo, ogni notte, di aver rimandato, con le mie parole, la morte del loro sentire, di aver illuminato, almeno per un po’, con qualcosa di perfettamente futile, consistente solo della sua effimera e momentanea bellezza, esistenze beccheggianti nella noia.

Sono Sheherazade, lavoro in un call center a luci rosse.

(Il racconto del Principe Kalandar è la mia parte preferita… dal minuto 8:45)

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Voli imprevedibili

Senti/Menti

Mia. Estate 2016

Sono un uomo.
Con le idee molto chiare rispetto al mio genere.
Sono un padre.
Faccio l’illustratore su di un giornale a tiratura nazionale.
Ho una compagna che non potrà mai amarmi fino in fondo, con cui non ho un rapporto stabile, ma cronologicamente duraturo.
Sono una persona inquieta.
Ho tradito la mia compagna ripetutamente, con la fornaia, con la sorella della fornaia, con le sue amiche, con le mie amiche, con la mia stagista.
Non è che non la ami, è solo che aspetto che nasca un amore più forte e travolgente, che, invece, stenta a decollare.
Che poi, a pensarci bene, non ho mai creduto nell’amore. Poi, una mattina, è arrivata Lei. Lei è Amore?

No, Lei è Vita, Lei è presente, Lei è un attimo.

Lei è libera.
È una raminga. Una zingara. Qualcosa che esiste senza di me.
Lei non mi cerca in continuazione.
Dormiamo spesso insieme, ma senza che accada nulla.
In realtà, non sono riuscito ancora a creare dei presupposti per rimanere nel suo letto, come un uomo con una donna.
Ha un odore selvatico.
Quando la abbraccio, quando, per ragioni legate alle nostre differenti altezze, affondo il naso nei suoi capelli, sento l’odore delle rose, del verde acido dell’erba tagliata, e, alla fine, un’essenza che ricorda lo iodio del mare.
Io che non concepivo un odore che non fosse “di pelle”, mi trovo a ricostruire le note olfattive della sua presenza.

 

 

Parliamo la notte fino a tardi al telefono.

Alcune volte, mi passa a prendere e giriamo per la città, con la fantasia di arrivare al mare.
Quando siamo insieme, ma anche nelle conversazioni telefoniche, rimaniamo a lungo in silenzio ad ascoltare il nostro respiro.
In questi momenti, provo una felicità semplice, un oggi senza un domani, un sentimento senza conseguenza.
Corre. Ci fermiamo in uno dei miei posti preferiti.
Ci sediamo sul bordo della fontana e non sul belvedere, perché viviamo queste occasioni in una bolla autarchica.
Le nostre dita si intrecciano, si sfiorano, si librano in aria, accompagnando pensieri e ragionamenti che bastano a loro stessi.
A volte, vedo nei suoi occhi, chiari al punto da sembrare trasparenti, il desiderio di baciarmi, quando si stringono come due fessure, fissando in maniera sempre più intensa la mia bocca, cercando di interrompere il flusso di parole.
In quei momenti, abbasso la testa, mi avvicino a Lui e la reclino sul suo petto.
Ho paura di baciarlo.
La sensazione che ho sentito, osservandolo, la prima volta che l’ho incontrato, davanti al bancone di un bar di periferia, è stata la possibilità di essere immensamente felice, di poter essere estremamente me stessa-o me stessa in modo estremo?-, ma che fosse una situazione volatile, condizionata nel tempo.
Sono una zingara,  l’amore, nella sua componente fisica, l’ho spesso rubato, ho preso ciò che volevo, senza chiedere nulla in cambio, ma senza curarmi dei legami precedenti o correnti.
Una o più notti senza futuro.
Nessuna mattina, perché ho avuto sempre una buona motivazione per andare o far andare via, per non affidare il mio sonno a uno sconosciuto.
Dormo spesso con Lui.
È l’unico uomo con cui abbia piacere a farlo.
Mi piace svegliarmi nella notte e cercare il suo volto, sfiorargli casualmente una mano, ascoltare il rumore del suo respiro.
Un giorno mi sono svegliata all’improvviso e l’ho trovato a fissarmi.
La luce del lampione, attraverso le persiane, si è rifratta sulle sue iridi. Non ho detto nulla.
Mi sono limitata a fissarlo a mia volta.
Siamo stati così fino alle prime luci dell’alba.
Con Lui è tutto molto intenso.
Cerco di spezzare questa intensità per paura che mi scavi a fondo, troppo a fondo, tanto da non poterne fare più a meno.
Sublimo questa profondità tagliandola con la leggerezza, io, che sono sempre stata la parte pesante dei rapporti più seri.
Quando Lui è così intenso, divento frivola.

Entrambi abbiamo dei progetti, solo che il mio è restare, il suo partire.
Lui ama senza ritegno, io non sono così chiara nell’esprimere ciò che sento,

ma tutto scorre così imprevedibile, senza fretta, senza programmi, a schema libero e senza soluzione nell’ultima pagina.

Colonna sonora”Amarsi Male”, Lo Stato Sociale

 

 

 

 

 

 

 

 

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