Quello che cambia, quello che penso, quello che sento

I 16+18 di una (pseudo) bionda

E poi, improvvisamente, in macchina, mentre ascoltavo la musica, mi sono sentita serena.

Non ho un lavoro, non ho una relazione, sto per compiere 34 anni, eppure sono felice.

Va bene, ho un tetto sulla testa, altrimenti ci sarebbe ben poco da ridere, e, in fondo, non avere una storia non è un problema, non mio quantomeno, ma la serenità deriva dalla liberazione da un macigno che, quest’anno, come petrolio sulle ali di un uccello, mi aveva impedito di “Essere”.

Sono libera di godere della mia stravaganza, di coltivarla, non la vedo più come qualcosa da estirpare, non sento più di essere inadeguata per l’età che sto vivendo, ma, semplicemente, sono consapevole, e non è un astruso modo di dire lievemente new age, che ogni strada porti da qualche parte, nessuna si somigli e i punti di arrivo siano sempre diversi, ma non per questo meno soddisfacenti.

Durante quest’anno, spesso ho sentito addosso la disapprovazione e l’incomprensione provenire da occhi che pensavo fossero amici, questo riflesso in uno sguardo estraneo, ma estremamente intimo, mi ha fatto sentire manchevole, carente di Vita e ora, che questa prospettiva non è più così opprimente, torno ad apprezzare la mia essenza.
Ed è di nuovo piacevole guardarsi allo specchio, è di nuovo bello ascoltarsi e osservarsi da dentro… è la scoperta che tutto quello che è stato non ha eliminato la mia gioia, non ha spento il mio buonumore, non mi ha snaturato.

E, davanti a me, ancora strade da percorrere, possibilità e occasioni da cogliere, sogni a cui dare forma… la Vita.

Il più bel regalo di compleanno.

“E se per te la normalità fosse un’aspirazione poco realistica?”
Purity- Jonathan Franzen

29044_407649016307_5154275_n

Chema Madoz

Annunci
Standard
Quello che cambia, quello che sento

29 Settembre-secondo C-

Non capisco perché in tanti considerino settembre il “lunedì” dell’anno.

Settembre, per me, sono le giornate passate al mare in Sicilia, il sole che continua a sfidare il solstizio, l’indecisione sui vestiti da indossare e, se chiudo gli occhi, ancora riesco a sentire l’odore dei quaderni nuovi e delle matite e il racconto di mia mamma, incinta di me, sul letto in camera sua con i piedi scaldati da questa luce che non brucia.

Settembre porta con sè tutti i ricordi dell’estate e tutte le speranze di un nuovo anno.

Le tappe successive sono il mio compleanno, a metà ottobre, e poi Natale e non posso non essere ingenuamente felice con queste prospettive.

Le mie istantanee estive, quest’anno, rappresentano tutti i momenti e il tempo che ho potuto dedicare alla mia famiglia e ai miei amici, dopo tanto tempo.

Alberto che torna dall’Australia contemporaneamente al mio ritorno da Milano, la sua libertà e la sua capacità di insegnarmi ad accettarmi nella diversità dagli altri.

Le cene con Daniele e Gerardo, passare in negozio da Gianna e Antonello, la famiglia allargata.

Nadia, Sergio e Marisa, i fantastici tre del terzo piano.

Ele che cresce e assomiglia sempre più a suo fratello.

Mio nipote che mi fa vedere tutti i suoi pupazzi nel lettino e la dolcezza dei suoi genitori, Eleonora con Agata al parco e le paure di una giovane mamma, la felicità mia e di Lavinia nel passare un po’ di tempo insieme.

Cristina e David finalmente sposi e Lisa felice, e poi la Svizzera con Matteo, Sara e Pietro, il mago del “gattonamento”, il tempo passato al mare con mamma, le gite, i luoghi, i sapori di tanti anni fa.

Antonella, Patrizia e la gita a Torre Flavia.

La sempre vulcanica Elisa e l’ultimo gentleman, Richie, il sentirsi a casa e la loro adorabile e creativa vita nizzarda.

Mio cugino all’altare con la dolce, ma caparbia, Giulia, la foto alla pancia della mia piccola Aurora e la notizia di un altro pancione in crescita.

Alice e i tentativi di incontrarci da qualche parte in Italia e la nostra Amicizia che, a dispetto delle distanza e del tempo, non vacilla.

E poi Andrea, rimesso a nuovo dalle Maldive, stanco, ma felice, e Alessandro e Tamara, con un altro cucciolo d’uomo in arrivo e un matrimonio pieno di risate, in cui l’Amore puoi toccarlo, per quanto è vivo.

E la notte con Luca a fare foto per Roma.

Simona, Momi, Melania, Roberta, Luca, i miei capisaldi.

Adriano, i dubbi e i reciproci incoraggiamenti.

Sara e gli appuntamenti a pranzo che non riusciamo a concretizzare.

Le domeniche lente con Claudia e Davide e la continua indecisione sul cibo da ordinare.

Tibi e gli appuntamenti mancati in aeroporto.

Daniele alle prese con l’età adulta.

Francesco, che si sente di casa a Roma, ormai, e Alessio e gli agenti immobiliari improbabili.

Nicola che mi infila l’asciugamano nelle orecchie e mi dice cattiverie mentre mi fa la piega.

Addormentarsi e svegliarsi con Baloo e le nostre lunghe passeggiate.

Le cene al MaBe, da Rocco, Alessio e Loris e il coraggio di buttarsi.

La nuotata con cui ho quasi fatto affogare Luca e la sua inaspettata presenza nella mia isoletta, Salvatore e il suo prudente rispetto per il mare, Maria, Rosaria e le loro porzioni “piccole”, Annarita sempre matta, la serenità che mi da vedere Fausto sul molo e Monica e Andrea che mi aspettano. La conoscenza di tante nuove persone… tre per tutte, Stefania, una signora d’altri tempi, Teresa, che conoscevo senza che mi conoscesse,e il Greco con i suoi racconti.Zia Luisa e il costante aggiornamento meteo marino e l’incazzatura di Ferragosto, dopo aver quasi preso fuoco.

Zia Valentina e la continua curiosità per  ciò che facciamo, quasi fossimo veramente delle nipoti speciali.

Beppe che mi aspetta sotto casa per mezz’ora, per stare un poco insieme e Daniele e la questione morale degli inviti.

Giorgio e Frediano e le cene in cui si dicono cose imbarazzanti.

Dormire con Angie e Annibale, tornare a casa e trovarli lì, come se fosse sempre così.

Dormire con gli amici, e dormire veramente, serena.

Gli occhi di Gianmarco.

Il vino, le risate e la folle corsa in motorino con Tommaso.

Paolo e la sua nuova serenità.

L’altro Paolo, che sta facendo quello che facevo io lo scorso anno, spero non con i miei esiti.

Le telefonate con Ledi in treno e un treno di novità.

L’andar via da Milano finalmente serena.

Una telefonata di chi è in difficoltà ora, ma che sono certa che si riprenderà presto e tornerà a sognare in una cucina.

Michela e la gita di oggi da zio Paolo e zia Ninni,  i colori, gli odori, il sole della campagna. Roberto e i suoi mille hobby “praticati professionalmente”.

Con una cornice così affollata di foto, in cui molte probabilmente mancano, settembre è un inizio, è una valigia piena di libri, di fogli intrisi della mia scrittura, profumi  e cartoline, pronta per un viaggio che non so dove mi porterà, come sempre, un viaggio in cui non ho più intenzione di perdere me stessa, ma magari di conoscermi meglio, di individuare con più serenità  i miei bisogni e le mie aspirazioni.

Boa Sorte 

 

Standard
quello che sento, Uncategorized

Io non mi fido (sottotilo: ” Amo la verità, vi spiego perché”)

La scorsa settimana ho avuto due giorni liberi, avvenimento che, negli ultimi dieci mesi,sembrava fosse diventato un miraggio ( con i miei colleghi abbiamo avuto una stagione lavorativa decisamente intensa), e che, invece, sembra stia finalmente prendendo forma, tanto che ne ho avuti due di seguito questa settimana e mi è venuta la febbre per l’emozione.

Queste 24 ore in più lontana dal lavoro, mi hanno dato modo di fare una miriade di cose, rispetto al solo pulire casa, metter su lavatrici con il subliminale obiettivo di diventare azionisti della Dash, spendere “mioni” ( non milioni… ma proprio “mioni”alla romana) dall’estetista cercando di diventare quantomeno presentabili, femmine per un solo giorno.

Fra le varie cose: sono andata al cinema e ho visto “La Grande Scommessa”.

Sono uscita con un’ansia che solo un cocktail di Xanax e Lexotan avrebbe potuto far sparire, sentendomi come le vecchiette nel film di Mary Poppins, quando, in banca, cercano di ritirare tutti i loro risparmi ( peraltro,  andare a ritirare “tutti i miei risparmi”, che sono affidati ad una prepagata, susciterebbe l’ilarità di tutti gli sportellisti), ma soprattutto sono stata pungolata, attraverso la finanza, di cui non capisco un’emerita minchia, su di un punto dolente del mio carattere: la mancanza di fiducia.

Il film si apre con una frase di Marc Twain, peraltro tradotta un po’ alla “cazzo mannaggia”, “Non è ciò che non sai che ti mette nei guai.  È ciò di cui sei sicuro che non è come credi”.  Qualche tempo fa, conversavo con una delle “mie persone” e, in un momento di eccessiva sincerità- perché, a volte, dovrei pensare le cose senza dirle e sarebbe tutto molto più facile, visto che poi non riesco neanche a dirle tutte e come le sento- , le ho confessato che non mi fidavo più di lei, da un certo punto di vista, da un avvenimento, e che a nulla sarebbero valse le spiegazioni e le garanzie di cambiamento, perché tanto era, per me, impossibile su quell’argomento credere in un vero e proprio rivolgimento interiore.

Credo di essere stata anche un po’ crudele, un po’ una stronza, a dirla tutta, ma il problema non era della mia persona, se non in una minima percentuale, residente nell’aver avuto lei per prima il timore di confidarsi con me, ma mio. E lo è tuttora.

Io non mi fido, o meglio, non completamente e sono rapidissima a fare passi indietro, appena avverto anche solo il sentore di qualcosa che non mi è chiaro- altro che i canarini nelle miniere…-.  Apprezzo, anzi invidio, tantissimo chi, in amore come in amicizia o sul lavoro, spalanca le porte alle altre persone e chiude gli occhi. O forse, non lo apprezzo e non lo invidio, ma semplicemente vorrei non dover essere sempre così all’erta e vorrei anche che, chi è intorno a me, capisse che il mio attaccamento alla verità, alla lealtà, al non ingannare l’altro non è volto al giudicare la menzogna, ma al non apprezzare chi svilisce la mia intelligenza e, di conseguenza, la mia capacità di comprendere e “compatire”, etimologicamente “soffrire insieme”.

 Sempre all’inizio del film, passa sullo schermo una frase colta in un bar:” La verità è come la poesia. E alla maggior parte delle persone sta sulle palle la poesia”.

 Io amo la verità!

Da piccola odiavo pure Pinocchio, perché venivo punita severamente se dicevo una bugia e non comprendevo come potesse dirne così tante.  Mi sono trovata a dover reggere verità che non pensavo mai avrei metabolizzato, quando le ho ricevute, ma non farei mai a cambio con una vita di inconsapevolezza.  Non dire la verità ad una persona che ti è cara – e non parlo di bugie bianche-spezza un legame di intimità, di infungibilità ( questa parola mi è molto cara), soprattutto se l’occultare non è per proteggere lei, ma per proteggere te, per la paura di perderla o che ti dica qualcosa di spiacevole. In quel momento, le levi il potere di scegliere, scegliere se rimanerti accanto con tutta la tua brutta verità, con le tue cadute, con le tue debolezze, ma senza che la sua intelligenza sia sottovalutata o ingannata.

Non pretendo di avere accanto persone perfette, le persone le amo per i loro difetti, perché è attraverso i loro difetti che manifestano la loro espressione di umanità, ma di avere persone oneste e coraggiose, che capiscano che, probabilmente, le amerò lo stesso perché mi avranno pur detto qualcosa di duro e difficile da digerire, ma mi hanno considerato abbastanza intelligente a legata a loro da accogliere le loro “bruttezze” e da affidargli le mie.

Affidare le mie verità, mi rende vulnerabile, ma rende unico il rapporto con il mio confidente e, in un mare di pseudo rapporti affettivi, di conoscenti elevati ad amici da frequentazioni virtuali, i rapporti esclusivi, forti, temprati dalla bella e dalla cattiva sorte sono il nostro migliore investimento.

erwitt 1993

Elliot Erwitt, Miami Beach, 1993

 

 

 

Standard
quello che sento

Il Mondo dei Grandi

Quando ero piccola, non amavo prendere il sole. Mi piaceva mettermi all’ombra e ascoltare i discorsi degli adulti intorno a me. Per molti anni, finché non è nata mia sorella, sono stata la frugoletta del gruppo di ombrelloni attorno a cui si riunivano i miei genitori e i loro amici.

In quelle estati infinite, trimestrali, mi incantava la serenità che attribuivo ai “grandi”, soprattutto ai genitori degli altri bambini, più che ai miei giovani genitori, che vedevo più tranquilli, più riappacificati con la vita, più distesi, probabilmente, grazie alle ferie e al fatto che non condividessi tutto il tempo che passavo con i miei, sentendoli anche litigare, con loro.

Io faticavo tutti i giorni per far parte della élite dei bambini più grandi: sebbene ci separassero una manciata di anni, per loro non ero il batuffolino  riccioluto con gli occhioni azzurri e la erre moscia, che gli adulti si divertivano a coccolare e a cui far ripetere mille volte la parola “ramarro”, ma una vera e propria palla al piede.

Per me, che mi definivo, già a due anni, una “grande piccola”, questa mancata accettazione costituiva la fonte di un desiderio di crescita continuo ed impellente.

I genitori intorno ai quaranta mi sembravano più sereni dei miei punti di riferimento- anche i nonni confermavano questa tesi della capitalizzazione temporale della felicità- , i bambini più grandi facevano cose più belle: dovevo crescere velocemente, era l’unica soluzione possibile.

Volenti o nolenti, che la si desideri e la si aspetti con ansia o meno, la crescita, almeno quella anagrafica, è un fattore fisiologico e quindi è successo anche a me di diventare adulta e la realtà, come quasi sempre succede, è molto diversa dalle aspettative.

Fuori dalle fantasie infantili, cosa ci aspettiamo da un adulto?

Personalmente collego all’età adulta: la coerenza; una certa risoluzione e una conseguente maggiore serenità ;  la capacità di impegnarsi; di trattenersi dall’impulsività; di saper scegliere; di saper cambiare le cose.

Allo stato attuale, guardandomi intorno, le mie aspettative sulla crescita- forse destinate a fallire per la loro stessa natura di stelle cadenti nel panorama mentale di una persona- sono decisamente poco realistiche.

Sono circondata da adulti bambini, alcuni per non essere mai cresciuti, altri, per essere cresciuti troppo in fretta e nel momento sbagliato e tutti, o quasi, con una grandissima confusione in testa, altro che la tanto agognata serenità.

Oggi, parlando con una persona che fa parte del mio cuore, che è uno dei miei frammenti, a fronte di un fatto un po’ spiacevole, delusione e mondo dei grandi si sono coniugati in un matrimonio tutt’altro che felice, sebbene ben riuscito.

Forse dovremmo arrenderci al fatto che non esista un mondo dei grandi e un mondo dei piccoli, ma un mondo fatto di persone, composte da pezzi di varie entità, alcuni legati alla loro infanzia, altri alla loro crescita, alcuni modificabili, alcuni ormai fossili, che rimangono lì, come i vetrini di un caledoscopio a mischiarsi fra loro ad ogni giro di Vita e smettere di dispiacerci perché non assumono le colorazioni e le forme che desideriamo.

L’importante è non smettere mai di guardare dentro la lente per vedere cosa siamo o siamo diventati e che, almeno un po’, il disegno assomigli ai nostri desideri, ai nostri sogni, non alle nostre aspettative.

E ora a letto, visto che, nel mondo dei grandi, ci si sveglia presto per lavorare… e questo pezzettino di vetro, quello relativo alla sveglia che suona presto, sembra sia impossibile da cambiare.

“Accettati come sei in questo momento: una persona imperfetta, mutevole, in crescita e rispettabile”

Denis Waitley

piccolissima me

La mia prima volta in piedi… tentativi di crescita

Standard
quello che sento

Io che non so creare un “per sempre”

Parlo tanto, ma difficilmente riesco a dire, ad esprimere quello che sento.

Mi sono sottoposta ad analisi proprio per questo motivo: all’analista puoi dire tutto senza ripercussioni, senza sforzarti di trovare i modi giusti, senza avere la paura di non essere compreso e, ancor più, che qualcosa ti venga rinfacciato in un attimo di rabbia.

Allo stesso modo, quando sono veramente in difficoltà, non riesco neanche a scrivere.

Per scrivere, ho sempre creduto fosse necessario avere chiarezza, avere un quadro nitido del messaggio da trasmettere e, spesso, la scrittura mi è venuta in soccorso nei momenti in cui non riuscivo a spiegarmi.
Molto spesso, a voce, aggiungo parole inutili, accavallo discorsi, perché non ho la sfrontatezza di comunicare le mie emozioni.

Io non so dire “ti amo”, non so dire”resta”, non so dire” basta”- anche se, sull’ultimo punto, mi sto sforzando molto, per evitare di arrivare al “io vado”-.

In questi ultimi mesi, non ho scritto… sono stati mesi difficili e ora sono in una fase di assestamento.

Io non sono una con un piano preciso. Il piano A lo avevo da bambina, mi vedevo donna manager, con tanti fidanzati, tra i quali poi avrei scelto un marito e, per una questione puramente sociologica, avrei fatto dei figli. Da giovane- ossia, intorno ai 25 anni-.

Il piano A è sfumato prima ancora che compissi 25 anni: o mi innamoravo perdutamente per secoli, ma di situazioni alla Romeo e Giuletta, in cui, per inciso, muoiono tutti, o capivo che non faceva per me, prima ancora di chiamarli “fidanzati”. C’è stato solo uno stato di grazia di circa 4 anni, ma sapevo che non sarebbe divenuto un” per sempre”.

Senz’altro ho capito ben prima di Sorrentino che, perdere tempo con persone che non stimo non fa per me, quindi, ora, mi intrattengo per lo stretto necessario, consapevole che “non si cava il sangue dalle rape”.

(Il problema è trovare qualcuno che mi faccia credere che sia possibile, che non mi annoi mortalmente, che non si metta in competizione, ma mi dia la mano, in un mondo di superficialità, di mancanza di tenacia, di sopracciglia ad ala di gabbiano.)

Il piano B, dopo una laurea conseguita “perché non bisogna mai mollare”, dopo la morte improvvisa di papà, è diventato buttarsi nel lavoro, in un lavoro totalmente diverso da quello per cui ho studiato, prendendo ciò che mi veniva offerto dalle Occasioni, perché tanto, programmare, nella Vita, è inutile.

Via la vita privata e a giro per l’Italia, guadagnando, dal mio amico Elle, il soprannome di “zingara”.

In quasi tre anni, ho cambiato tre città, una delle tre prospettive, devo dire, mi corrispondeva molto, visto che era “temporanea”.

C’è gente che fugge da casa, dalle proprie origini, da quello che è stato… loro riescono a radicarsi. Io no.

Non ho motivi per fuggire da una città degradata, ma comunque unica; non nutro sentimenti di revanscismo; ho delle radici salde, senza essere opprimenti, e amicizie che non sono conoscenze, che sopravvivono alla distanza e alla mia carenza di tempo libero. Tutto ciò mi rende ospite ovunque vada. Per questo adoro gli alberghi, i non luoghi, e cerco di non rendere troppo vissuti gli spazi- anche se, un minimo devo crearmi un nido, per non impazzire, un posto per chiudere la porta e tutto ciò che mi turba fuori di essa.-

Ho delle idee per il mio futuro, ovviamente legate al lavoro- credo che per amare sia necessario fidarsi e la fiducia non è una mia virtù. Ci vuole molta pazienza con me. Bisogna disarmarmi e non è una cosa facile-, ma non sono dei veri e propri piani, sottostanno a delle condizioni che sono quantomeno, per questioni fisiologiche, aleatorie.

Probabilmente ho un problema di maturità, anzi di immaturità. Forse il “per sempre”, visto che credo veramente che qualcosa possa essere per la Vita e non gioco con le parole come molti, è un obiettivo a cui ancora non sono pronta.

Il problema è che non riesco a trovare un equilibrio, non so mai se stia facendo la cosa giusta, ho bisogno di continui stimoli, vorrei avere più vite in cui riuscire a seguire i miei interessi, a diventare brava in tutto ciò che mi incuriosisce e questo desiderio è una lama a doppio taglio, perché ti può portare a disperdere le tue capacità, anziché perfezionarle: può essere la porta verso la mediocrità.

In questa enorme confusione, spero di trovare un bandolo, che qualcuno mi passi un filo rosso da seguire, che, ad un certo punto, arrivi un’Occasione a mostrarmi la strada. Nel mentre, è estate.

“Continuerai a farti scegliere

O finalmente sceglierai” 

Verranno a chiederti del nostro amore- Fabrizio De Andrè ( come se servisse citare la fonte)

estate

er anniu,

Standard
quello che sento

Milano, le novità, i limiti e la scoperta di non essere un salmone

Ho cambiato di nuovo città, ora vivo a Milano.

La preferisco rispetto a Firenze, almeno per ora. Firenze sono riuscita a sentirla stretta in meno di una settimana.

Ho stipulato un contratto di affitto 4+4 ( paura vera) con sei mesi di preavviso per il recesso;  vivo in un monolocale con un enorme box doccia; ho una proprietaria di casa fantastica- almeno per ora-; sto valutando di prendere una colf e lavoro in un “bellissimo giardino”. Ho anche fatto l’abbonamento al car sharing, quasi abbandonando i miei amici taxisti, e giro su di una 500 rossa per le vie di Milano smarrendomi con una frequenza impressionante, ora, ad esempio, sono su di un treno che ho rischiato di perdere per colpa di una maratona e una serie di sensi deviati.

Insomma, qualcosa è cambiato. O forse no. O forse sta cambiando. O forse STO cambiando.

Non so, è difficile valutare il cambiamento mentre avviene.

Ci sono cose su cui sto arrivando a patteggiare con me stessa: una di queste l’ho scoperta negli ultimi giorni.

Sono una persona che difficilmente fa posto, veramente e profondamente- in maniera superficiale e leggera, potrei riempire uno stadio con la gente a cui ho dato spazio- alle persone. Una serie di cose accadute in questi giorni mi ha fatto rendere conto che, sebbene lotti con me stessa continuamente  e strenuamente per far sì che non avvenga, per non avere bisogno degli altri, o meglio della loro presenza, ci sono alcuni, pochi, che sono penetrati  fino ad un punto talmente profondo della mia Vita da rendere molto difficile e molto doloroso allontanarli, malgrado gli ostacoli caratteriali. Sono parte della mia Essenza.

Non sarà facile, mai, ma, verosimilmente, sarà.

Inizio a pensare che, con alti e bassi, questi rapporti rimarranno nella mia Vita, anche quando connotati da una punta di bilaterale masochismo. Qualcosa di ancestrale ci lega e non accettarlo è come andare contro corrente nelle rapide: non sono un salmone, devo riconoscere i miei limiti naturali.

Insomma, sto iniziando a contemplare delle variazioni sul tema del “questa cosa mi fa male/ me ne vado”. Iniziare e contemplare sono verbi usati volutamente per far intendere che è ancora un work in progress… non aspettatevi che, da domani, inizi a scivolare sulle rapide con una ciambella color fragola (dettaglio coloristico importantissimo).

Sono arrivata anche a chiarire, quasi del tutto, un altro punto. Dopo atroci dubbi, che mi attanagliano da circa un anno, sul tema” sto buttando la mia vita dietro al lavoro… starò facendo la cosa giusta?”, mi sono resa conto che ho anche io bisogno di pause, di tempo per me e non può tutto esaurirsi in una forma contrattuale, perché ho anche molti altri interessi e non voglio inaridirmi, but la scelta casa/ famiglia/ figlioli, al momento, non mi corrisponde.

Non posso sposarmi, comprare casa e mettere su famiglia perché è giunto il momento.
Sto scendendo a patti anche con l’idea di rimanere indietro con la Vita, probabilmente scoprirò il mio desiderio di maternità quando sarà troppo tardi e le radici le metterò forse mai… sono abbastanza certa che non mi accontenterò di un Amore “che torni a casa la sera”, quello lo lascio volentieri agli altri. A me non basta.hme1

Banksy-2015

L’intimità, non fisica, quella è una cosa banale, ma quella fondata sui sentimenti, sulla comunanza di progetti ed obiettivi, sulla stima è un’alchimia talmente difficile da trovare, ma così unica e riconoscibile da non poter accettare compromessi.

E ora una serie di istantanee… la bambina di due anni che, per strada, mi inizia a camminare vicino e, sotto gli occhi stupiti dei genitori, mi prende la mano; la foto delle mie scarpe e di quelle della mia nuova amica, casualmente strette in una specie di abbraccio;

scarpeil signore che mi ha mostrato la strada più veloce per la stazione e mi ha consentito di prendere questo treno; la signora che mi invita a pranzo la domenica a casa sua per averle fatto attraversare la strada; la coppia di amici, che vivono a pochi passi da me, che mi ospita a cena e mi fa sentire odore di casa; il giovane collega che mi fa compagnia fino a fine turno lavorativo, pur avendo staccato mezz’ora prima; la coppia over anta che si tiene per mano camminando, come se quella stretta fosse la loro forza per affrontare il mondo.

stretta di mano

Direi che questo mini bilancio sul mio primo mese- e spicci-milanese sia alla fine positivo… e ora vado: devo scendere dal treno che mi ha riportato a Casa.

Standard
quello che sento

E adesso cosa succede?

Cambia il vento e io con lui, sempre ed ostinatamente una Mary Poppins.

Arriva un momento in cui, o cambi e lasci andare le cose che ti fanno star male, o lasci che loro ti cambino.

Personalmente, ho sempre ritenuto inutile indugiare nella sofferenza: sì, certo, il dolore aiuta a crescere, ma il dolore ineluttabile; quando l’afflizione eludibile sconfina nel gratuito masochismo, beh, in me si innesta un meccanismo salvavita ben più efficiente del Beghelli e lascio andare la causa che la provoca.

“Lasciare andare” sono due infiniti che hanno preso piede, negli ultimi anni, nella mia vita come fossero imperativi categorici.

Non sono diventata buddista, né mi sono consacrata alla new age, né tantomeno ho fatto voto di povertà- anzi, i brillanti sopra il carato (ultimamente anche sotto… c’è crisi) sono sempre ben accetti-, semplicemente ho iniziato a capire che la tanto celebrata la sofferenza, celebrata sia dalla nostra colpevole cattolica origine, sia da una società che esalta il tormento, che sia amoroso o amicale o di altro genere poco importa, come necessario per conseguire risultati più apprezzabili o, altrimenti, come fulcro del romanticismo, non è un valore aggiunto.

Si può amare senza star male, anzi, l’obiettivo dovrebbe essere opposto; si può essere amici senza dover arrivare a diventare Maestri Jedi e questo non significa che si debba essere solo young and free, allegri e superficiali, ma semplicemente che l’accanimento terapeutico non paga.

Se una cosa non va, non va.

Non possiamo amare tutti, essere amici di tutti, piacere a tutti e lo stesso parametro lo applico alle situazioni.

Non posso star bene ovunque e la Vita è troppo breve per sottoporsi a costrizioni non necessarie.

Certo, questo non significa fuggire sempre, ma capire quando un’esperienza è stata portata a termine, è arrivata alla fine, è satura  e, possibilmente, se le condizioni empiriche si prestano, cogliere l’attimo per cambiare.

E adesso? Cosa succede adesso?

piedi jump

                             I miei piedi, sullo sfondo il mare che amo

“Quando diciamo cose tipo “Le persone non cambiano”, facciamo impazzire gli scienziati. Perché il cambiamento è letteralmente l’unica costante di tutta la scienza. L’energia, la materia, cambiano continuamente, si trasformano, si fondono, crescono, muoiono. È il fatto che le persone cerchino di non cambiare che è innaturale, il modo in cui ci aggrappiamo alle cose come erano invece di lasciarle essere ciò che sono, il modo in cui ci aggrappiamo ai vecchi ricordi invece di farcene dei nuovi, il modo in cui insistiamo nel credere, malgrado tutte le indicazioni scientifiche, che nella vita tutto sia per sempre. Il cambiamento è costante. Come viviamo il cambiamento, questo dipende da noi. Possiamo sentirlo come una morte o possiamo sentirlo come una seconda occasione di vita. Se apriamo le dita, se allentiamo la presa e lasciamo che ci trasporti, possiamo sentirlo come adrenalina pura, come se in ogni momento potessimo avere un’altra occasione di vita, come se in ogni momento potessimo nascere ancora una volta. “

Grey’s Anatomy

Standard