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Io non mi fido (sottotilo: ” Amo la verità, vi spiego perché”)

La scorsa settimana ho avuto due giorni liberi, avvenimento che, negli ultimi dieci mesi,sembrava fosse diventato un miraggio ( con i miei colleghi abbiamo avuto una stagione lavorativa decisamente intensa), e che, invece, sembra stia finalmente prendendo forma, tanto che ne ho avuti due di seguito questa settimana e mi è venuta la febbre per l’emozione.

Queste 24 ore in più lontana dal lavoro, mi hanno dato modo di fare una miriade di cose, rispetto al solo pulire casa, metter su lavatrici con il subliminale obiettivo di diventare azionisti della Dash, spendere “mioni” ( non milioni… ma proprio “mioni”alla romana) dall’estetista cercando di diventare quantomeno presentabili, femmine per un solo giorno.

Fra le varie cose: sono andata al cinema e ho visto “La Grande Scommessa”.

Sono uscita con un’ansia che solo un cocktail di Xanax e Lexotan avrebbe potuto far sparire, sentendomi come le vecchiette nel film di Mary Poppins, quando, in banca, cercano di ritirare tutti i loro risparmi ( peraltro,  andare a ritirare “tutti i miei risparmi”, che sono affidati ad una prepagata, susciterebbe l’ilarità di tutti gli sportellisti), ma soprattutto sono stata pungolata, attraverso la finanza, di cui non capisco un’emerita minchia, su di un punto dolente del mio carattere: la mancanza di fiducia.

Il film si apre con una frase di Marc Twain, peraltro tradotta un po’ alla “cazzo mannaggia”, “Non è ciò che non sai che ti mette nei guai.  È ciò di cui sei sicuro che non è come credi”.  Qualche tempo fa, conversavo con una delle “mie persone” e, in un momento di eccessiva sincerità- perché, a volte, dovrei pensare le cose senza dirle e sarebbe tutto molto più facile, visto che poi non riesco neanche a dirle tutte e come le sento- , le ho confessato che non mi fidavo più di lei, da un certo punto di vista, da un avvenimento, e che a nulla sarebbero valse le spiegazioni e le garanzie di cambiamento, perché tanto era, per me, impossibile su quell’argomento credere in un vero e proprio rivolgimento interiore.

Credo di essere stata anche un po’ crudele, un po’ una stronza, a dirla tutta, ma il problema non era della mia persona, se non in una minima percentuale, residente nell’aver avuto lei per prima il timore di confidarsi con me, ma mio. E lo è tuttora.

Io non mi fido, o meglio, non completamente e sono rapidissima a fare passi indietro, appena avverto anche solo il sentore di qualcosa che non mi è chiaro- altro che i canarini nelle miniere…-.  Apprezzo, anzi invidio, tantissimo chi, in amore come in amicizia o sul lavoro, spalanca le porte alle altre persone e chiude gli occhi. O forse, non lo apprezzo e non lo invidio, ma semplicemente vorrei non dover essere sempre così all’erta e vorrei anche che, chi è intorno a me, capisse che il mio attaccamento alla verità, alla lealtà, al non ingannare l’altro non è volto al giudicare la menzogna, ma al non apprezzare chi svilisce la mia intelligenza e, di conseguenza, la mia capacità di comprendere e “compatire”, etimologicamente “soffrire insieme”.

 Sempre all’inizio del film, passa sullo schermo una frase colta in un bar:” La verità è come la poesia. E alla maggior parte delle persone sta sulle palle la poesia”.

 Io amo la verità!

Da piccola odiavo pure Pinocchio, perché venivo punita severamente se dicevo una bugia e non comprendevo come potesse dirne così tante.  Mi sono trovata a dover reggere verità che non pensavo mai avrei metabolizzato, quando le ho ricevute, ma non farei mai a cambio con una vita di inconsapevolezza.  Non dire la verità ad una persona che ti è cara – e non parlo di bugie bianche-spezza un legame di intimità, di infungibilità ( questa parola mi è molto cara), soprattutto se l’occultare non è per proteggere lei, ma per proteggere te, per la paura di perderla o che ti dica qualcosa di spiacevole. In quel momento, le levi il potere di scegliere, scegliere se rimanerti accanto con tutta la tua brutta verità, con le tue cadute, con le tue debolezze, ma senza che la sua intelligenza sia sottovalutata o ingannata.

Non pretendo di avere accanto persone perfette, le persone le amo per i loro difetti, perché è attraverso i loro difetti che manifestano la loro espressione di umanità, ma di avere persone oneste e coraggiose, che capiscano che, probabilmente, le amerò lo stesso perché mi avranno pur detto qualcosa di duro e difficile da digerire, ma mi hanno considerato abbastanza intelligente a legata a loro da accogliere le loro “bruttezze” e da affidargli le mie.

Affidare le mie verità, mi rende vulnerabile, ma rende unico il rapporto con il mio confidente e, in un mare di pseudo rapporti affettivi, di conoscenti elevati ad amici da frequentazioni virtuali, i rapporti esclusivi, forti, temprati dalla bella e dalla cattiva sorte sono il nostro migliore investimento.

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Elliot Erwitt, Miami Beach, 1993

 

 

 

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15 cose che ho scoperto nei 15 giorni a Firenze

Il titolo non lascia molto spazio alla fantasia, quindi passiamo all’elenco, visto che, domani, “Mi sono informato c’è un treno che parte alle” 6,50.

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  1. La vita è fatta a scale, c’è chi scende e c’è chi sale e  la salita è sempre la più dura;
    ma, soprattutto, dopo 16 rampe al giorno, minimo, non avrai il culo di Belen, ma hai sicuramente le caviglie della Sora Lella.DSCN1787
  2. Vivere in una soffitta è bellissimo.
    Mi sento tanto Gino Paoli, senza proiettile vicino al cuore; senza vista mare e senza gatta: in compenso, ho un piccione scassapalle, con una duplice personalità; il poverino crede di essere un gallo e, ogni mattina, alle otto e mezzo, tuba per me.
    Sto valutando l’acquisto di un fucile di alta precisione ad aria compressa.
  3. Sono un essere asociale.
    Nel tragitto casa lavoro, mi sento come Michael Douglas in “Un giorno di ordinaria follia”: odio i turisti, odio chi fa lo struscio, odio chi cammina piano. Sto provando l’ebrezza del dribbling e, a volte, anche del mediano di mischia.
    Per fortuna, non posso permettermi un kalashnikov- forse dovrei vedere in Veneto, visto che creano carri armati da ruspe-.
  4. Andare a piedi mi rende puntuale- in alternativa, rende i taxisti ricchi-.
    Non avendo una bicicletta, il mio mezzo di locomozione sono i piedi.
    “Ogni mattina, in Africa, una gazzella si sveglia e sa che dovrà correre… “Ecco, ogni mattina, a Firenze, io mi sveglio e, raccattata dal comodino la colazione- la colazione a letto è un punto fermo nella mia Vita-, inizio a correre, con il sottofondo musicale di “Call me maybe”.
    Quando tutto ciò non funziona, “Mosca 4 in 3 minuti” sono le parole magiche.
  5. L’Esselunga consegna la spesa a casa.
    Credo che accumulerò molti punti fragola, non appena mi deciderò a riempire il frigo.IMG_20140324_215655
  6. La disperazione rende il mio inglese fluently.
    Nella mia casetta, ci sono altri due appartamenti che vengono affittati ai turisti.
    L’altra notte, due messicane mi hanno chiuso fuori casa non essendo pratiche con la serratura.
    Appena sono riuscita a farmi aprire, in inglese, ho spiegato loro il metodo per non farlo più. Sto ancora cercando di capire come si traduca “mandata”.
  7. C’è bisogno di qualcosa che dia un po’ di calore. 
    Per questo, ho fatto come Mary Poppins e ho messo ” qualcosa di mio” in una casa deliziosa, ma ancora provvisoria.
    ( La bambolina me l’hanno messa in valigia).
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  8. Lo spazzolino elettrico è come il caricabatterie del cellulare: non si può dimenticare a casa per due giorni.
    Sono tornata nella mia città nei giorni di riposo e ho dimenticato il mio fido spazzolino- detto “vibratore” dalla mia amica Esse, visto che, spesso, mi lavo i denti mentre siamo al telefono-. Non sono più abituata alla pulizia con il “comune spazzolino”: voglio le 150 000 vibrazioni al secondo.
  9. Le lavatrici a gettoni sono care assai.
    La mia casetta è bellissima, ma non ha la lavatrice.
    Le tariffe della lavanderia a gettoni sono 8 euro se li lavo sola, 8,50 se li lava “l’uomo della lavanderia”, ma non li piega- anche perché, onestamente, mi farebbe un po’ schifo-.
    La lavatrice ha una capienza di 7 kg. Io, nell’armadio, in questo momento di instabilità, avrò, complessivamente, circa 10 kg di vestiti… da dividere per colori. Quindi due lavatrici. Quindi 17 euro. Quindi me li riporto a casa, ogni volta che torno.
    L’unica cosa bella, ma sarebbe bella se fosse inverno, è che l’asciugatrice li lascia tiepidi.
    Corollario: una donna ha bisogno di una lavatrice.
  10. I Fiorentini odiano i Romani. In linea più generale, i Fiorentini odiano tutti  i non Fiorentini.
    Fondamentalmente, i Fiorentini sono grumi di odio, visto che la città è piccola e affollatissima, per lo più di turisti e non residenti. Sulla querelle Roma- Firenze, culla della civiltà- culla del Rinascimento, bah… che  campanilismo inutile! Come dice il mio amico Chri ” mentre noi stavamo dando l’ultima coltellata a Giulio Cesare, voi facevate i disegnini della caccia al cinghiale nelle caverne”, c’è poco da fare.20140327_202809
  11. “Costì” è un avverbio che mi garba di molto.
    Se poi capissi geograficamente cosa indichi in maniera precisa, dimezzerei i tempi di ricerca.
  12. Il mio blog si autodiffonde nel mondo.
    Ad un certo punto, alla pari di “Blob il fluido che uccide”, il mio blog, anzi, i miei blog si sono fatti conoscere.
    Addirittura, è stato nominato. Per questo ringrazio Effe.
  13. Amo guidare. 
    Ora che non guido, mi rendo conto di quanto mi piaccia. Alla stazione, a mia madre, venuta a prendermi, ho detto:”Scendi e fammi guidare”.
    Ma poi, vuoi mettere truccarsi fra un semaforo ed un altro?!? Dimezzi i tempi di preparazione.
  14. Le poesie sui muri e il palloncino rosso.
    Ho trovato delle poesie su di un muro e c’è un palloncino rosso che ritrovo spesso e volentieri nei vicoli.
    Questo mi piace.20140325_16090920140403_220245
  15. Sono una sradicata, in generale, una provvisoria per indole, ma ora so dov’è casa.
    Quest’anno ho vissuto in tre case diverse. In tre città diverse. Quattro, contando la mia città.
    Ora so dov’è casa. Posso abituarmi a tutto, ma sento tutto come temporaneo. Solo un posto, per ora, è legato al mio ” per sempre”.20140407_000635

    “Il privilegio di trovarsi dappertutto a casa propria appartiene solo ai re, alle puttane e ai ladri.”

                                                                                                                                                                                               Honoré de Balzac

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Un nuovo mondo

Ho iniziato un corso di pasticceria professionale ed ho tantissimo da imparare.

 Sto studiando gli ingredienti, mi stanno insegnando ad avere una più acuta sensibilità verso i sapori, a capire la chimica alla base: è un nuovo mondo.

Per questo credo sia opportuno lasciare in sospeso il blog e concentrarmi su questa nuova esperienza, perchè, come diceva “qualcuno” ( Socrate ;-D ), “so di non sapere”.

Buoni dolci a tutti!

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La tarte au citron meringue: una torta facile ed elegante

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Le meringhe sono un dolcetto molto elegante, ma complesso. Ogni volta che le preparo, c’è qualcuno che fa: ” Come hai fatto? A me non vengono mai”.
In realtà, ho iniziato a far meringhe per disperazione.
Quando ero piccola, credevo che si potessero comprare solo in pasticceria -ero un’ antesignana, rispetto ai bambini che oggi pensano che il tonno nasca dalla scatola; questa, però, è una cosa triste-, che non esistesse la possibilità di rifarle in casa, visto che da noi non circolavano.
Intorno ai 14 anni,  nonna mi ha confessato di non saperle fare. Da quel momento, ho deciso che avrei imparato e ci ho provato per almeno due anni, prima di ottenere un risultato apprezzabile.
Unico problema è che devono stare in forno dalle 4 alle 24 ore, a seconda della temperatura a cui le mettete, quindi non dovete prendere impegni.
Per la tarte- che ho imparato a fare al corso di dolci francesi presso Mediterraneum Lab con la bravissima Maria Castellano- ci serve una meringa italiana, ossia più compatta e gessosa e molto meno tempo di quanto appena detto. In questo caso, la meringa rimane morbida, visto che non viene cotta, ma solo passata al grill.
Iniziamo preparando la frolla…

Ingredienti per la frolla

500 gr. farina 00
300 gr. burro a temperatura ambiente
100 gr. zucchero a velo
100 gr. zucchero semolato
5 tuorli

Preparazione

Sabbiate il burro con la farina in una terrina capiente; fate una fontana ed aggiungete lo zucchero ed i tuorli .
Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo, per mezz’ora. Volendo, potete prepararla il giorno prima, od addirittura prepararla quando avete tempo e poi congelarla.

Intanto prepariamo la crema al limone…
Ingredienti

500 gr. latte fresco
140 gr. zucchero semolato
4 tuorli
40 gr. di farina 00
1 bastoncino di vaniglia
1 limone, succo e zeste

Mettete  in un pentolino, sul fuoco, il latte ed il bastoncino di vaniglia inciso nel senso della lunghezza; nel mentre sbattete i tuorli, aggiungete lo zucchero e poi la farina setacciata. 
Togliete dal latte caldo il bastoncino di vaniglia- che potete sciacquare, far asciugare e riutilizzare finchè non perde l’aroma, per poi metterlo nel barattolo dello zucchero-, aggiungete il composto di uova, zucchero e farina.
Mescolate e lasciate bollire per qualche minuto.
Versate in una bastardella, comprendo a contatto con della pellicola trasparente e ponendo un coltello sotto il contenitore per far freddare più velocemente.
Quando è fredda, aggiungete, mescolando, le zeste ed il succo del limone.
 

Riprendiamo la frolla…
Accendete il forno a 170 gradi e, mentre si scalda, stendete la pasta frolla fra due fogli di carta forno. Bagnate quello che poggia sul piano, cosicchè non si muova mentre stendete.
Adagiate la pasta stesa in una teglia, imburrata ed infarinata, di 24- 26 cm di diametro, e ponete in frigo per 15 minuti.
Coprite con un foglio di carta forno e ponetevi sopra dei fagioli secchi. Cuocete per 20 minuti, poi, levando i fagioli, per altri 10. Aspettate che si freddi.
Quando è fredda, farcitela con la crema, purchè anch’essa si sia freddata.

Prepariamo la meringa…

Ingredienti
4 albumi

250 gr. di zucchero semolato
48 gr. di acqua
20 gr. di zucchero a velo

Preparazione

Montate a neve gli albumi con un cucchiaino di zucchero. Nel frattempo, ponete sul fuoco un pentolino con l’acqua ed il restante zucchero. Portate a 121 gradi- ovviamente vi serve un termometro per alimenti, non fate che ci mettete il dito- senza mai girare il composto, altrimenti si cristallizza e bisogna buttare tutto.
Quando arriva a 115 gradi, portate al massimo la velocità delle fruste.
A 121 togliete dal fuoco, aggiungete, senza mai fermare le fruste, lo sciroppo a filo e continuate a montare, sempre al massimo, finchè la meringa non formerà il “becco” e sarà compatta .
Versate la meringa sulla crema; con le dita formate delle punte, pizzicando la meringa, e spolverizzate con lo zucchero a velo. Qualche minuto sotto al grill ed ecco la vostra torta!
( Le dosi sono per otto persone… generalmente, in quattro, la torta sparisce in pochi minuti.)

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Biscottini ripieni: sono come le ciliegie…

Il mio proposito per questo 2012 è riempirvi di dolcetti. Per iniziare, ho pensato ad una ricetta molto semplice, visto che già abbiamo cucinato parecchio per le feste, ma molto golosa. Ovviamente la dieta inizia da lunedì. Ora facciamo i biscottini!

Ho deciso di dare ai biscotti la forma di ravioli  e di farli con due impasti diversi: una pasta brisee ed una frolla. Per il ripieno, siccome la brisee è  leggermente salata, ho pensato di unirla alla Nutella – qualcuno potrebbe pensare “ti piace vincere facile”, visto che la Nutella è il nettare degli Dei… effettivamente, le feste mi rendono pigra-; mentre, visto che la frolla è dolce, ho usato per il ripieno una marmellata di limoni. Non avendone una artigianale, ho ripiegato sulla Rigoni, che trovo comunque ottima.
( Ah! Pur non amando cuocere la Nutella e le marmellate… in questo caso, ho fatto un’eccezione. )

Ma ora basta: fatti e non pugnette!

Raviolini di pasta brisee ripieni di Nutella.

 Ingredienti

250 gr. di farina 00
125 gr. di burro a pezzetti freddo
1 presa di sale
2 tuorli d’uovo
3- 4 cucchiai di acqua

Barattolo di Nutella da 400 gr.

Preparazione

Impastate, in una terrina, la farina con il burro, fino a creare delle grosse briciole. Fate una fontana nel centro e versate il sale, le uova e l’acqua, un po’ alla volta. Continuate ad impastare, finchè non otterrete un composto liscio. Formate una palla, copritela con la pellicola e mettetela in frigo per massimo un’ora.

Dividete la palla in due. Stendete, fra due fogli di carta forno, uno dei due pezzi così ottenuti e poi fate la stessa cosa con l’altro, cercando di  formare due rettangoli equivalenti, dello spessore di un paio di mm.
Con un cucchiaino, formate delle palline di Nutella e disponetele, su uno dei due rettangoli, lungo delle file parallele, distanziandole fra di loro di un paio di cm.

Ora ponete il secondo rettangolo di pasta sul primo e fate aderire bene le due superfici, soprattutto nei punti in cui non c’è sotto la Nutella. Con una rotella per i ravioli, di quelle che tagliano e saldano, tracciate delle linee orizzontali e verticali, per separare i biscottini. Spennellate i ravioli  con l’albume.
Mettete in forno preriscaldato a 225 gradi e cuocete per circa 25 minuti, finchè non diventeranno dorati.
 

Raviolini di frolla ripieni di marmellata al limone.

Ingredienti

250 gr. di farina 00

150 gr. di burro a temperatura ambiente

50 gr. di zucchero semolato

50 gr. di zucchero a velo

2 tuorli

Preparazione

In una terrina, impastate il burro con la farina, come sopra. Fate una fontana e versatevi lo zucchero ed i tuorli semisbattuti ( altrimenti lo zucchero li “cuoce”).

Impastate fino ad ottenere un composto omogeneo; formate una palla; copritela con la pellicola e mettetela in frigo per minimo mezz’ora. La pasta frolla si conserva molto bene, potete farla anche il giorno precedente.
Per ottenere i raviolini, seguite la stessa procedura esposta sopra, riempiendoli, però, con la marmellata al limone.
Decorate con la glassa o con lo zucchero a velo.

La glassa potete ottenerla amalgamando un albume con 200 gr. di zucchero a velo e qualche goccia di limone. Mettetela in una sacca da pasticcere e decorate a vostro piacimento.

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La mia apple pie, la torta di Nonna Papera.

Mettiamo un pomeriggio d’ Autunno, una busta di carta piena di renette, l’essere cresciuta a pane e Topolino ed otteniamo, ovviamente, la torta di Nonna Papera. Chi non l’ha mai sognata?
Chi non ha mai sperato, da bambino, di trovarla sul davanzale di una finestra, a freddare, per rubarla?
Per farla ho pensato di usare la pasta brisèe, leggermente salata – la ricetta che uso l’ho imparata durante il corso di dolci francesi che ho seguito da Mediterraneum Lab – ; mentre per il ripieno ho fatto un mix and match di tutte le ricette che avevo ereditato nell’epoca in cui internet era solo un’ipotesi. Prendendo un po’ da un foglietto, un po’ da un altro, è uscito fuori, contro tutte le aspettative, un ottimo risultato.
Il procedimento è molto semplice e volendo, abbinandola con della panna montata o del gelato alla vaniglia, è una torta perfetta a fine pasto. Provare per credere!
Ingredienti per la pasta brisèe:
250 gr. farina 00
125 gr. di burro freddo a pezzetti
1 presa di sale
2 tuorli
3-4 cucchiai di acqua
Ingredienti per il ripieno:
6 mele
40 gr. burro
60 gr. zucchero semolato
50 gr. zucchero di canna
1 cucchiaino e mezzo cannella
noce moscata
50 gr. circa pangrattato
mezzo bicchiere di passito di pantelleria
1 limone
1 albume
Procedimento:
Mettete la farina ed il burro in una bastardella ed impastateli, fino ad ottenere delle grosse briciole. Fate una fontana e, nel centro, aggiungete il sale, le uova e l’acqua un poco alla volta, fino ad ottenere un impasto omogeneo. Formate una palla, avvolgetela nella pellicola e mettetela in frigo per minimo trenta minuti.
Tagliate le mele a dadini e mettetele in una pentola, sul fuoco basso, con il burro, la cannella, le zeste del limone, lo zucchero e la noce moscata. Sfumate con il passito; aggiungete il pangrattato, lasciate andare per un paio di minuti. Se il composto dovesse risultare troppo liquido, aggiungete qualche cucchiaio di pangrattato.
Stendete la pasta fra due fogli di carta forno, formando due dischi, uno più grande ed un più piccolo, entrambi intorno ai 27 cm. di diametro.
Per non far scivolare il foglio mentre stendete la pasta, bagnate quello che metterete a contatto con il piano con un po’ di acqua.
Ponete il disco più grande come base della vostra torta, sul fondo di una tortiera di circa 24 cm. di diametro, alta circa 4 cm. Tagliate, con una rotella per la pizza od un coltello con la lama liscia, le eccedenze. Riempite con il composto di mele e coprite con l’altro disco. Con le dita fateli aderire l’uno all’altro. Se avete della pasta in eccedenza potete usarla per decorare la torta, in ogni caso, fate dei tagli, sempre con la rotella o con il coltello, sul dorso.
Spennellate la sommità della torta con l’albume. Mettete nel forno preriscaldato a 220 gradi per 25 minuti.
Servite tiepida, accompagnandola con la panna o con il gelato.

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Bignè al cioccolato ripieni di crema alla lavanda. Sottotitolo: il bignè, questo infame!

Questa ricetta l’ho presentata al primo- e per ora, unico- contest a cui ho partecipato.
Non poteva che inaugurare il mio blog…

Risolti i convenevoli, passiamo al sodo. Ingenuamente, visto che li avevo fatti milioni di volte, per il contest, ho pensato di preparare dei bignè. Sono così carini, d’altronde. Rotondetti e cicciottini, con il loro ripieno di crema o di panna, sembrano dirti: “ Vedi come sono  semplice da fare? Tu mettimi nel forno ed io mi gonfierò, diventando un simpaticissimo bignè”. Non impietositevi. I bignè sono dei bastardi.

Nella loro fase embrionale, di composto, ossia in quanto pasta choux, sembrano innoffensivi ed abbordabili.  Ebbene, sappiate che è tutta una farsa. È vero, la ricetta della pasta choux, di per sé, è banale, ma basta un piccolo errore nella cottura ed i vostri dolcetti sembreranno piccoli dischi volanti di alieni depressi.
Ovviamente, in occasione del contest, i miei bignè non si sono gonfiati a dovere, almeno non quanto io speravo. I maledetti infami.  Il mio errore è stato dimenticare di accendere il forno per tempo, ma passiamo ad enumerare le cose che vanno o non vanno fatte.

Intanto: la pasta choux, usata principalmente per i bignè, viene cotta due volte: durante la preparazione e poi nel forno. E già qui, il coefficiente di difficoltà si alza, visto che si può toppare in ben due occasioni: è un po’ come fare un tuffo carpiato in una piscina di un metro e mezzo.

Dopo la prima cottura, il composto ottenuto si deve freddare. Non siate affrettati.

Quando andrete ad incorporare le uova, attenzione: una alla volta e attendete che si fondano con il composto, prima di aggiungere le altre.

Poi, bisogna assicurarsi che, nella cottura in forno,  si secchino bene, sennò fanno schifo, si smontano e sanno d’uovo. Se aggiungete i cavalieri dell’Apocalisse, mi pare un buon inizio per il giorno del giudizio.

Per ottenere una cottura migliore, mai aprire il forno, neanche se vi sembra che chiedano aiuto. Non li ascoltate, sono come le sirene dell’ Odissea o i Gremlins quando mangiano dopo mezzanotte.

Al fine di ottenere un vero capolavoro, a fine cottura, lasciateli seccare ancora un po’ con il forno semiaperto. Poi, se volete proprio incarnare la perfezione,  bucateli con uno spillo od uno stuzzicadenti, durante la fase del riposo in forno.  A questo punto, siete pronti per la beatificazione.

Dopo questa pletora di raccomandazioni, neanche fossi vostra madre, vi illustro brevemente la ricetta.

Ingredienti per i bignè:

Acqua 200 gr.

un pizzico di sale

un pizzico di zucchero

80gr. di farina

40gr. di cacao amaro

80 gr. di burro

3-4 uova

Ingredienti per la crema:

2 cucchiaini di lavanda

500 gr. latte fresco

140 zucchero semolato

4 tuorli

40 gr. di farina 00

 Per guarnire:

semi di lavanda

zucchero a velo

Preparazione:

Mettere in un tegame l’acqua con il burrro, il sale e lo zucchero.

Setacciare la farina ed il cacao.

Portare a bollore, togliere dal fuoco e versare la farina ed il cacao, in un’unica soluzione.

Mescolare bene.

Rimettere sul fuoco basso e continuare a mescolare per un paio di minuti, finchè il composto non si rapprenderà un po’.

Togliete dal fuoco e lasciate raffreddare.

Quando sarà freddo, aggiungete le uova, leggermente sbattute e non troppo fredde, una alla volta, mescolando. Ogni uovo deve essere perfettamente assorbito dalla pasta, prima di aggiungere il successivo.

Stendete su di una teglia un foglio di carta forno.

Applicate ad una tasca una bocchetta liscia o zigrinata, a seconda dei vostri gusti, di media grandezza.

Riempite la tasca con il composto e create dei piccoli cumuletti.

Mettete i bignè a cuocere, nel forno preriscaldato, ad una temperatura di 220 gradi per 15 minuti. Se avete un forno ventilato, bastano 200 gradi.

Evitate di aprire il forno durante la cottura.

Passati i primi 15 minuti, continuate la cottura, per altri 10 minuti, abbassando la temperatura a 190 gradi.

Spegnete il forno e lasciateli dentro, con lo sportello un po’ aperto, per un altro quarto d’ora. Volendo potete forare i bignè con uno stuzzicadenti, mentre riposano in forno, per assicurarvi che si secchino completamente.

Farciteli quando si saranno freddati.

Preparate la crema mettendo in un tegame, sul fuoco basso, il latte con la lavanda.

Nel mentre sbattete i tuorli con lo zucchero ( rompeteli prima di unirli allo zucchero, altrimenti quest’ultimo li “cuoce”).

Aggiungete a questo composto la farina setacciata.

Prima che il latte arrivi a bollore, levatelo da fuoco ed aggiungete, mescolando, il composto di zucchero, uova e farina.

Rimettete sul fuoco e fate cuocere, lasciando bollire per qualche minuto, ovviamente mescolando.

Trasferite la crema in una bastardella, copritela a filo con la pellicola, di modo che non faccia la crosticina e mettete sotto la bastardella un coltello, per farla freddare più velocemente. ( Se non volete sentire i semini in bocca, setacciate la crema).

Quando sia i bignè che la crema si saranno freddati, prendete una sacca con una punta liscia. Riempitela di crema e farcite i bignè – generalmente si crea, naturalmente,  un buco sul fondo, durante la cottura, in cui inserire la punta-.

Guarnite con zucchero a velo e semi di lavanda.

Ed ora, al mio tre, scatenate l’Inferno…

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