Quello che cambia

Datemi Tempo

Ho finalmente concluso, a quasi un mese di distanza, il trasloco… un po’ anomalo, a dirla tutta, perché è stato un trasloco del contenuto di due case in una stanza già arredata.

Lasciando Firenze per Milano, lo scorso anno, infatti, non ho avuto il tempo di aprire scatoloni. Le valigie, dopo aver lavato i vestiti, sono state rifatte in tempo record, senza apportare grandi modifiche.

Preparando gli scatoloni per tornare a Roma, come avevo già scritto, mi ero accorta di quante cose avessi portato senza neanche usarle e anche di quante cose non usassi più da anni, pur trascinandole in giro per il mondo, per questo ho deciso di alleggerire il mio bagaglio. Avendo portato almeno 3 taglie nella mia vita da adulta, sono riuscita, con i miei acquisti improvvidi e di misure sbagliate, a far fare un po’ di shopping proletario a mia mamma, mia sorella e alle mie amiche… è bello sapere che qualcosa di mio sia nell’armadio delle persone a cui voglio bene. Una cosa che mi è molto più chiara dopo questo lavoro è che le cose che compro mi devono stare ORA. Se vogliamo renderla poetica, potremmo dire che è una rivalutazione del presente.

La stessa cosa ho cercato di farla con soprammobili e chincaglierie.

Sebbene molte di queste cose avessero un valore affettivo,  mi sono resa conto che il loro valore è nel ricordo e il ricordo non ha bisogno di appigli materiali. Con questo non voglio dire che mi sia liberata di tutto- in molti mi hanno consigliato di leggere il libro della Kondo, quando ho parlato del mio piano, ma diffido dall’ispirarmi a un libro scritto da altri, nel momento in cui la necessità ha visto la luce naturalmente in me-; conservo gelosamente tutti i biglietti che mi sono stati scritti, molti oggetti a cui sono legata, ma alcuni, che non avevano alcun senso o non avevano quasi nessun legame con la persona che sono ora, sono stati dati via.

Ho scoperto, fra le altre cose, di avere una ricca collezione di scontrini. Vi lascio immaginare che fine abbia fatto.

Ora, mentre facevo questo repulisti, ho capito anche di non aver bisogno di regali.

( La regola ha un’unica eccezione: desidero la maschera con cui fare snorkeling senza boccaglio, ma ora non me ne regalate cinque, anche perché devo provarla, comunque, così per dire, fucsia.)

Basta con gli oggetti: donatemi “il vile denaro” per realizzare le cose che vorrei, per lo più viaggi ed esperienze.

Capisco che non sia una cosa facile per chi non fa parte della mia famiglia, monetizzare un regalo, perciò ho ovviato a questo problema in altro modo: regalatemi del Tempo.

(Ah, per i miei familiari: voi potete fare la “combo”, soldi+ tempo, avete proprio tutte le fortune!)

Faccio un esempio: volete farmi un regalino, spendere una decina di euro?

Andiamo a fare colazione. Regaliamoci una mezz’ora.

Mi volete fare un regalo di grandezza variabile? Andiamo a cena insieme.

Per un regalo impegnativo o cumulativo? Una vacanza.

Quello che ho capito in questi due anni di lontananza da Casa, alla fine, si riduce al fatto che il lavoro è una cosa fantastica, se puoi fare ciò che ti piace- e a me finora è andata bene-, ma non basta da solo.

Ho capito che so fare un sacco di cose da sola, pure rimontare oggetti che ho rotto, e che non mi mancavano le persone care, perché le potevo sentire comunque telefonicamente, ma il tempo passato con loro. Mi mancavano la Realtà, la Quotidianità, la Condivisione.

Questa consapevolezza si è rafforzata con il ritorno in Italia, per circa un mese, di A, uno dei miei più cari amici d’infanzia. Non credo sia necessario dire che, sebbene non ci vedessimo da anni e ci sentissimo raramente, ritrovarsi è stato come farlo, dopo essersi persi il giorno prima: questo vale per tutti i rapporti essenziali della mia Vita.

La cosa che mi ha fatto riflettere, invece, è quanto mi mancasse del Tempo vero e pieno con lui. Ricollegare la voce a un sorriso, a un gesto. E mi sono resa conto di tutto ciò che mi mancava a Milano e Firenze delle mie persone… ovviamente, ora che sono a Roma, questa sorta di nostalgia ce l’ho nei confronti di chi ha scambiato la sua vita con la mia nelle altre città, o dei miei cari amici che vivono lontano, ma ora ho chiaro quale sia l’antidoto.

“Another turning point, a fork stuck in the road
Time grabs you by the wrist, directs you where to go
So make the best of this test, and don’t ask why
It’s not a question, but a lesson learned in time

It’s something unpredictable, but in the end is right.
I hope you had the time of your life.”

Green Day- Time of your life

tempo-della-rete_home-1

dal web

 

 

 

Standard
quello che sento

Quando ti svegli e non sai dove sei…

Nell’ultimo anno, ho vissuto in sei case diverse, compresa quella d’origine.

Le ultime tre, le ho cambiate in due settimane.

Come è noto- manie di grandezza in corso-, da poco più di un mese, vivo a Firenze. Nel centro di Firenze.

Non immaginate case sontuose o quant’altro, il sottoproletariato del centro, colleghi e amici e tre quarti di Bangladesh ed un quarto di Cina, innanzitutto, è composto da persone che devolvono metà dello stipendio alla causa dell’affitto- come tante altre in periferie- e vivono in monolocali, carini, ma che, generalmente, non arrivano al piano nobile. Altro che “Cerco casa disperatamente!”- e ho il budget di un milione di euro-.

Chiusa la parentesi immobiliare, vivere in centro comporta che o hai la bicicletta, o hai un motorino, o hai un permesso ztl- ma poi devi ingoiare la macchina o deve avere un meccanismo di autodistruzione- o hai, come dice il mio amico Erre, le turboscarpe. Ecco, io rientro nell’ultima categoria.

P1020495      Annette Lemieux, “Messenger”, 2006

Se a questa premessa aggiungiamo l’ulteriore fatto che, per ora, ho tre valigie e un beautycase da cinque kg e che questo bagaglio cresce in maniera direttamente proporzionale all’allungarsi del mio tempo di permanenza nella culla del Rinascimento, voi capirete perchè, signori e signore,  i miei traslochi avvengano in taxi.

Ragazzaconlavaligia                    Claudia Cardinale in “La Ragazza con la Valigia”,1961

Da quando sono arrivata, ho contribuito alacremente al mantenimento delle cooperative di taxisti fiorentini, tanto che, a breve, non arriverà più “Berna1 in 3 minuti”, ma “Ci 1 in 3 minuti”. Ora che ho trovato una casa, in cui dovrei stare almeno per sei mesi e che è a cinquecento metri dal lavoro, in teoria, questa relazione parossistica con i taxi dovrebbe risolversi.
Dopo questa ulteriore parentesi automobilistica, passiamo al nocciUolo vero della questione.

Quando cambi parecchie case in poco tempo, sebbene tu sia una sradicata, la Mary Poppins de noantri,  arrivi al momento in cui non sai dove quale sia quella “vera”.

Mary-Poppins-Halos                         Julie Andrews in “Mary Poppins”, 1964

Per uno strano meccanismo della mia testa, che suppongo si chiami “abitudine”, dopo un’iniziale riluttanza, mi resetto e vivo nel posto in cui sono capitata. Probabilmente, ciò è dovuto al fatto che passo molte ore a lavoro, quindi, di fatto, cambiare città per lavorare, non è come cambiare città per amore. Sai che è una scelta provvisoria- non che l’amore sia definitivo, anzi… è anche tutto “in nero”-.

La lontananza dalla mia casa d’origine, all’inizio, la sento in maniera devastante. Poi, piano piano, diminuisce, per rifarsi viva in prossimità delle scadenze contrattuali.

I miei soggiorni in città diverse, finora,  sono andati di pari passo con contratti di tipo stagionale, che rispondono benissimo alla mia esigenza di movimento e contingenza. Questa volta, invece, la proposta contrattuale supera di gran lunga le mie aspettative e perciò la casa “definitiva” in cui ho traslocato la scorsa settimana, di fatto, diventerà casa mia… ha anche la lavatrice, quindi si interrompe il cordone ombelicale, composto da capi di biancheria sporchi, che mi legava alla città di origine e mi costringeva a tornare ogni settimana, salvo servirmi di mercenarie lavatrici a gettoni in momenti di necessità.

panni stesi Bucato, Firenze

Sebbene abbia un contratto di lavoro con una scadenza abbastanza lontana,  non ho un contratto di locazione a lungo termine, quindi  la casa è ammobiliata e  non posso raderla al suolo e ristrutturarla secondo i miei gusti;  peraltro, non avrei neanche i mezzi economici per farlo.

Sto apportando migliorie, per contrastare il cattivo gusto dei precedenti inquilini, oltre a pulirla e disinfestarla come se ci fosse un’emergenza batteriologica in corso, ma ancora manca a renderla accogliente.

Carrie_closet                  Cabina Armadio di Carrie in “Sex and the City”

Nel frattempo, nel fine settimana, sono tornata nell’unica città che identifico come “Casa” e, di conseguenza, nella mia abitazione d’origine. Senza lavatrici al seguito, mi sono sentita un po’ come un’ospite. Ho avuto la strana percezione di essere in una fase di transizione, per cui quella di Firenze non è casa mia, questa qui lo è, ma continua a vivere e respirare- e per fortuna, pure le persone che ci sono dentro- anche senza di me.

E… poi… quanta roba portare per rendere l’altra speciale e non lasciare questa desolata?

Certo, senz’altro non sono problemi, sicuramente non stiamo parlando della fame nel mondo e non sto risolvendo la crisi ucraina, nè quella siriana-  argomenti che sono appannaggio delle concorrenti di Miss Italia-, ma questa mattina mi sono svegliata e ci ho messo un po’ a realizzare dove mi trovassi… e ci ho messo 743 parole per spiegarvelo.

 

Ah… superiamo il muro delle 800: Pontomedusa ha tirato fuori il mio nome dal suo bussolotto per le Book Nomination.

Alicia-Martin-Books5             Installazione di Alicia Martin

Vi illustro in breve il meccanismo: lei mi nomina, io devo scegliere un libro, citarlo (e voi magari leggerlo). Poi dovrei nominare a mia volta altri cinque blogger. Ora, siccome sono ancora abbastanza asociale e non pratica di queste cose e, soprattutto, “ Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire” , non nominerò nessuno, anche perché sembra che Pontomedusa sia arrivata a scegliere il numero 5 in base agli aruspici, quindi in maniera totalmente casuale. 

Il libro che ho scelto è “Il Dio delle Piccole Cose” di Arundhati Roy. Storia d’India, amore, differenze sociali, il tutto visto dagli occhi di due bambini. Due gemelli.

Se lui la toccava, non poteva parlarle, se la amava non poteva lasciarla, se parlava non poteva sentire, se combatteva non poteva vincere.

Chi era lui, l’uomo con un braccio solo? Chi poteva essere? Il Dio della Perdita? Il Dio delle Piccole Cose? Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo? Dell’Odore di Metalloamaro, come i corrimano d’acciaio della corriera e le mani del bigliettaio che li avevano toccati?”

 

 

 

 

 

Standard