quello che sento

Quando l’estate durava tre mesi…

C’è stato un periodo, nella mia vita, in cui l’estate durava tre mesi.

Non mi riferisco al clima, sempre meno definito negli ultimi anni, ma alle vacanze, che non erano “ferie”, termine convenzionalmente legato all’ambito lavorativo, ma un tempo in cui dimenticare tutte le regole, per impararle di nuovo al ritorno a casa.

Un periodo in cui la scuola finiva ai primi di giugno e riapriva a fine settembre; i compiti non si facevano mai e poi mai; i nonni erano giovani e felici, anzi, direi proprio fieri, del loro ruolo e i genitori avevano un mese di ferie- e nessuna intenzione di avvalersi di tate-.

Lo so, da questa premessa si evince che, a dispetto dell’aspetto esteriore, stia diventando “diversamente giovane”, ma, in queste ultime tre estati, senza ferie, il ricordo di quella serenità ha lo stesso effetto del Lexotan- senza danni collaterali, o meglio, niente che non possa essere diluito in un bicchiere di vino-.

Le mie estati si dividevano fra campagna e mare, fra nonni materni, paterni e genitori.

La campagna era il luogo della libertà, ma anche della solitudine, non subìta, ma apprezzata, placenta per la maturazione della mia indole, socievole all’apparenza, ma solitaria nell’essenza.

I bagni, caldi come neanche per il martirio di Santa Cecilia, rigorosamente nella bacinella; gli animali che nonno si divertiva ad allevare; la raccolta della  frutta; i fiori di zucca fritti- squisitamente vuoti-; la preparazione delle conserve di pomodoro e dei succhi; la smielatura e il buon profumo della cera; l’odore del borotalco dopo la doccia; i giri sul trattore; leggere su di un prato, sotto un albero, sopra un albero, sull’amaca; le chiacchiere ipnotiche delle sorelle di mia nonna, mentre disegnavo su ogni cosa;il “cuore di panna” per “digerire”, secondo le teorie nutrizionistiche di nonno; i film in bianco e nero degli anni ’50, visti in una tv in cui non arrivava il segnale; Giochi Senza Frontiere; i pomeriggi di pioggia sotto il portico sono tutti fotogrammi della “mia” campagna.

Fra tutti,  l’attesa della sorpresa della visita dei miei, magari con un’amichetta,  o delle mie zie, annunciata dai latrati dei cani, dalle luci riflesse sul cancello, da nonno che si affaccia dalla finestra delle scale.

Il piacere per le sorprese e la speranza sono elementi che sopravvivono al mio vivido cinismo, o meglio, preservano il mio lato puro. E mi rendono meno accessibile, perché solo poche persone, sopra i 10 anni, possono capirle.

Del mare, da piccola, – l’ho detto, sono stata una bimba fortunata-, mi porto dietro l’odore fortissimo dello iodio;  le passeggiate sulla spiaggia fino al castello; i giri in bicicletta sulla canna, con papà che cantava la “Ballata dell’Amore Cieco”o “Il pescatore” o “Canzone per un’amica”; le tavolate; gli scherzi degli adulti; le ustioni curate con il battuto d’olio e i bagni con la maglietta; le coppe di gelato vinte con un sorteggio; i primi sprazzi di autonomia di una bambina.

Questi ricordi sono una sorta di liquido amniotico per le mie estati cittadine e iperasfaltate. I profumi che, ogni tanto, porta il vento, sono un placebo per questa dolce nostalgia.

Ieri mi è stato detto:” Cosa vai a fare a vedere le stelle con questa luna, ché tanto non si vedono?”

“Vado per sdraiarmi su di un prato”.

“Country Roads, take me home

To the place I belong

(…)

Take me home Country Roads

I hear her voice in the morning hour

she calls me

The radio reminds me of my home far away

And drivin’ down the road

I get a feeling that I should have been home

Yesterday Yesterday”   

John Denver- “Country roads”

country roads

 La via Salaria, nei pressi della “mia” campagna

 

 

 

 

 

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