quello che sento

Quando ti svegli e non sai dove sei…

Nell’ultimo anno, ho vissuto in sei case diverse, compresa quella d’origine.

Le ultime tre, le ho cambiate in due settimane.

Come è noto- manie di grandezza in corso-, da poco più di un mese, vivo a Firenze. Nel centro di Firenze.

Non immaginate case sontuose o quant’altro, il sottoproletariato del centro, colleghi e amici e tre quarti di Bangladesh ed un quarto di Cina, innanzitutto, è composto da persone che devolvono metà dello stipendio alla causa dell’affitto- come tante altre in periferie- e vivono in monolocali, carini, ma che, generalmente, non arrivano al piano nobile. Altro che “Cerco casa disperatamente!”- e ho il budget di un milione di euro-.

Chiusa la parentesi immobiliare, vivere in centro comporta che o hai la bicicletta, o hai un motorino, o hai un permesso ztl- ma poi devi ingoiare la macchina o deve avere un meccanismo di autodistruzione- o hai, come dice il mio amico Erre, le turboscarpe. Ecco, io rientro nell’ultima categoria.

P1020495      Annette Lemieux, “Messenger”, 2006

Se a questa premessa aggiungiamo l’ulteriore fatto che, per ora, ho tre valigie e un beautycase da cinque kg e che questo bagaglio cresce in maniera direttamente proporzionale all’allungarsi del mio tempo di permanenza nella culla del Rinascimento, voi capirete perchè, signori e signore,  i miei traslochi avvengano in taxi.

Ragazzaconlavaligia                    Claudia Cardinale in “La Ragazza con la Valigia”,1961

Da quando sono arrivata, ho contribuito alacremente al mantenimento delle cooperative di taxisti fiorentini, tanto che, a breve, non arriverà più “Berna1 in 3 minuti”, ma “Ci 1 in 3 minuti”. Ora che ho trovato una casa, in cui dovrei stare almeno per sei mesi e che è a cinquecento metri dal lavoro, in teoria, questa relazione parossistica con i taxi dovrebbe risolversi.
Dopo questa ulteriore parentesi automobilistica, passiamo al nocciUolo vero della questione.

Quando cambi parecchie case in poco tempo, sebbene tu sia una sradicata, la Mary Poppins de noantri,  arrivi al momento in cui non sai dove quale sia quella “vera”.

Mary-Poppins-Halos                         Julie Andrews in “Mary Poppins”, 1964

Per uno strano meccanismo della mia testa, che suppongo si chiami “abitudine”, dopo un’iniziale riluttanza, mi resetto e vivo nel posto in cui sono capitata. Probabilmente, ciò è dovuto al fatto che passo molte ore a lavoro, quindi, di fatto, cambiare città per lavorare, non è come cambiare città per amore. Sai che è una scelta provvisoria- non che l’amore sia definitivo, anzi… è anche tutto “in nero”-.

La lontananza dalla mia casa d’origine, all’inizio, la sento in maniera devastante. Poi, piano piano, diminuisce, per rifarsi viva in prossimità delle scadenze contrattuali.

I miei soggiorni in città diverse, finora,  sono andati di pari passo con contratti di tipo stagionale, che rispondono benissimo alla mia esigenza di movimento e contingenza. Questa volta, invece, la proposta contrattuale supera di gran lunga le mie aspettative e perciò la casa “definitiva” in cui ho traslocato la scorsa settimana, di fatto, diventerà casa mia… ha anche la lavatrice, quindi si interrompe il cordone ombelicale, composto da capi di biancheria sporchi, che mi legava alla città di origine e mi costringeva a tornare ogni settimana, salvo servirmi di mercenarie lavatrici a gettoni in momenti di necessità.

panni stesi Bucato, Firenze

Sebbene abbia un contratto di lavoro con una scadenza abbastanza lontana,  non ho un contratto di locazione a lungo termine, quindi  la casa è ammobiliata e  non posso raderla al suolo e ristrutturarla secondo i miei gusti;  peraltro, non avrei neanche i mezzi economici per farlo.

Sto apportando migliorie, per contrastare il cattivo gusto dei precedenti inquilini, oltre a pulirla e disinfestarla come se ci fosse un’emergenza batteriologica in corso, ma ancora manca a renderla accogliente.

Carrie_closet                  Cabina Armadio di Carrie in “Sex and the City”

Nel frattempo, nel fine settimana, sono tornata nell’unica città che identifico come “Casa” e, di conseguenza, nella mia abitazione d’origine. Senza lavatrici al seguito, mi sono sentita un po’ come un’ospite. Ho avuto la strana percezione di essere in una fase di transizione, per cui quella di Firenze non è casa mia, questa qui lo è, ma continua a vivere e respirare- e per fortuna, pure le persone che ci sono dentro- anche senza di me.

E… poi… quanta roba portare per rendere l’altra speciale e non lasciare questa desolata?

Certo, senz’altro non sono problemi, sicuramente non stiamo parlando della fame nel mondo e non sto risolvendo la crisi ucraina, nè quella siriana-  argomenti che sono appannaggio delle concorrenti di Miss Italia-, ma questa mattina mi sono svegliata e ci ho messo un po’ a realizzare dove mi trovassi… e ci ho messo 743 parole per spiegarvelo.

 

Ah… superiamo il muro delle 800: Pontomedusa ha tirato fuori il mio nome dal suo bussolotto per le Book Nomination.

Alicia-Martin-Books5             Installazione di Alicia Martin

Vi illustro in breve il meccanismo: lei mi nomina, io devo scegliere un libro, citarlo (e voi magari leggerlo). Poi dovrei nominare a mia volta altri cinque blogger. Ora, siccome sono ancora abbastanza asociale e non pratica di queste cose e, soprattutto, “ Io non volevo solo partecipare alle feste. Volevo avere il potere di farle fallire” , non nominerò nessuno, anche perché sembra che Pontomedusa sia arrivata a scegliere il numero 5 in base agli aruspici, quindi in maniera totalmente casuale. 

Il libro che ho scelto è “Il Dio delle Piccole Cose” di Arundhati Roy. Storia d’India, amore, differenze sociali, il tutto visto dagli occhi di due bambini. Due gemelli.

Se lui la toccava, non poteva parlarle, se la amava non poteva lasciarla, se parlava non poteva sentire, se combatteva non poteva vincere.

Chi era lui, l’uomo con un braccio solo? Chi poteva essere? Il Dio della Perdita? Il Dio delle Piccole Cose? Il Dio della Pelledoca e del Sorriso Subitaneo? Dell’Odore di Metalloamaro, come i corrimano d’acciaio della corriera e le mani del bigliettaio che li avevano toccati?”

 

 

 

 

 

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8 thoughts on “Quando ti svegli e non sai dove sei…

  1. Come ti capisco! 🙂 Non mi sono trasferita con la tua stessa frequenza, ma conosco la sensazione di stare sospesi fra due posti, pensando che a forza di tenere il piede in due scarpe rischi di perderle tutte e due… e devo dire che l’idea di spostarmi di nuovo dà un po’ di batticuore anche a me. Dall’altra parte però non c’è nulla come andar via da casa per scrollarsi di dosso una serie di abitudini (anche di pensiero) ormai inutili e pesanti; e il risultato è che hai più di una casa, altro che non averne nessuna! 🙂

      • Eh, lo so… però se ti attacchi a loro e ti neghi le direzioni che vorresti seguire va a finire che esci di testa e i rapporti comunque si deteriorano… secondo me bisogna puntare al compromesso. Io ho vissuto fuori per tre anni. Anche se è controintuitivo, ricordo che quando tornavo a casa la qualità del tempo passato con i miei era fenomenale. Per non parlare del fatto che quando sono andata via di casa il rapporto con mia madre è cresciuto un sacco. Scusa, ti ho riempita di dettagli, ma era giusto per dire che capisco la sensazione, ma che alla fine se ci pensi non siamo bravi a valutare quale sia il tempo “sprecato”… 🙂

      • Mi fa piacere essere “riempita di dettagli”: è dare un’impronta più informale alla conversazione…
        Ricambio: la mia famiglia è piccola, come direbbe la Lilo del film Disney, mio papà è morto all’improvviso qualche anno fa e… queste cose ti fanno capire quali siano veramente gli affetti.
        Hai sempre paura di non avere abbastanza tempo…

  2. Non avremo mai abbastanza tempo. Siamo fatti così, ne vorremmo sempre un po’ di più… Credo però (e devo scolpirmelo in mente anch’io) che non si possa passare il tempo a riflettere sul tempo rimasto… Va a finire che non vivi, né da solo né assieme agli altri 🙂 Ti abbraccio.

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